AFI – AFI (The Blood Album)

Partiamo da una grande verità. L’omonimo album degli AFI è uno dei migliori degli ultimi tempi, e chi non li conosce, può rimanerci seriamente sotto. Ma questo non vuol dire che siamo ai livelli di “Sing The Sorrow”, dove ogni pezzo era un potenziale singolo.

Il grande limite di Davey Havok e soci è di voler prendere le distanze dal passato a tutti i costi, accontentandosi però di farlo solo a livello di immagine. Vestendosi di bianco e continuando a citare questo (non) colore per tutta la durata del disco (vedi l’energico singolo “White Offerings” – o forse è meglio dire “The Leaving Song pt. III”?), in un volersi porre come il negativo di quanto fossero ormai (sigh) una quindicina di anni fa. Ma oltre alla già citata “White Offerings”, di legami malcelati con il passato ce ne sono eccome, basti pensare all’emo sfacciato di “Hidden Knives”.

Il problema è che pretendendo di essere maturi e non più emo/goth/punk, ma non dimostrandolo con i fatti, se non con sporadiche e poco convincenti escursioni nei meandri della dark wave, i Nostri rischiano di non essere presi troppo per il serio. Avete presente il video di “Snow Cats”? Bene, guardatelo e poi capirete. E capirete anche che ci sia sotto un bel moto di invidia nei confronti di chi ce l’ha fatta a scrollarsi di dosso e con un successo epocale l’etichetta darkettona (30 Seconds To Mars anyone?). E altro problema altrettanto ingente, sono proprio i pezzi più legati ai bei tempi andati a risultare i più convincenti di “The Blood Album”.