As Lions – Selfish Age

As Lions, perché hanno addosso le orecchie di tutti per questo debut album ‘Selfish Age’, seguito dall’EP ‘Aftermath’? Ebbene… ve lo dico alla fine.
Ora gradirei soffermarci sulla musica, sul suono, per vedere se troviamo qualcosa di buono dall’ascolto di questo gruppo esordiente. Se mettete il loro nome in un qualsiasi gruppo di ricerca, o portale di streaming, accompagnato al nome del gruppo e della canzone in ascolto c’è la dicitura ‘il nuovo gruppo di…’, ma come ho detto che ve lo dico alla fine.

Tanto per cominciare parliamo di metalcore, tanta melodia, tanta produzione e tanti strumenti, pianola e synth che si aggiungono a chitarroni compressi e alla voce melodica di mr. ‘ve lo dico alla fine’. Questa non è tortura, è solo che non vorrei condizionarvi ascolto e giudizio sull’album, cosa che posso assicurarvi non è cosa facile. Sì forse è anche un po’ per torturarvi, cosa che non ha nessuna intenzione di fare ‘Selfish Age’, anzi. L’album è al vostro totale servizio, pure troppo. Accondiscendente a livelli quasi irritanti, suona esattamente come deve suonare un gruppo che vuole accontentare tutti e subito.

Il primo pezzo è ‘Aftermath’, come l’EP di esordio che li ha presentati al mondo come primo gruppo di.. ok ok la finisco. Cosa abbiamo qui? Melodia accondiscendente, sapore di già sentito. Cosa c’è di buono? Buona tecnica e tanta voglia ed energia, cose che anche nel peggiore dei casi allietano l’ascolto e mettono perlomeno l’ascoltatore in un mood di buona predisposizione. Ed è così che si riesce a godere e divertirsi di fronte a questo concentrato di melodia pop vestita pesante. ‘Aftermath’ potrebbe essere un pezzo degli Evanescence, ma questo non implica necessariamente un giudizio negativo. Perché subito dopo si presenta ‘The Suffering’, che oltre a indurire in tutti i sensi la faccenda, alza l’asticella anche sull’acchiappo melodico. Il chorus ha la colla, di quella che se ne metti troppa diventa un problema liberarsi le dita, o in questo caso la testa, da queste note. Impatto emotivo giusto, epicità dosata bene, bel pezzo. La voce è calibrata bene e si adagia perfettamente sulla proposta musicale degli As Lions, e mostra anche una tecnica non male, cosa non strana visto che.. scusate, non vi stuzzicavo da un po’! Alla fine.

Ora c’è ‘Bury My Dead’, che non aggiunge nulla al repertorio, se non forse un po’ di emoattitude. Così come ‘Deathless’ aggiunge un po’ di prog e industrial, mentre la titletrack punta sui medesimi crismi di melodicità tornando a patinare un’atmosfera da boyband metal. Così si procede, senza infamia e senza lode, su questa linea che rimane retta come tutte le cose che alla lunga diventano noiose. Pare di sentire dei refusi alla Linkin Park, ma subito i nostri As Lions si premurano di zuccherare il suono e la melodia abbassando l’asticella dell’età del loro target medio a quella tra la prima e la seconda liceo.

‘Pieces’ comincia ad attentare seriamente alla nostra pazienza. Cosa può capitare quando sei ad un passo dalla noia e dalla decisione di spegnere e mettere un disco di metal serio? La cosa peggiore. ‘Potrebbe piovere’ dicevano in un film. Potrebbe arrivare la ballata, diremo noi. E arriva. ‘World On Fire’, con tanto di assolo e ritmi rallentati, drammaticità sostenuta. La nostra attenzione ha preso il volo e difficilmente tornerà tra le note rimaste di questo ‘Selfish Age’. Anche se con ‘One By One’ le chitarre tornano a ruggire come leoni (mnfh) la noia non si dirada e rimane a ingrigire il nostro ascolto.
Finalmente ‘The Fall’ fa sul serio, è un concentrato di potenza metal core, e la melodia per una volta funge come migliorativo invece che killer dell’energia del pezzo. In chiusura ‘The Great Escape’ conferma il parziale risveglio come colpo di coda di questo album che non decolla mai, e che ha l’unico pregio e curiosità di portare alla ribalta il figlio di Bruce Dickinson. L’ho detto.