Asking Alexandria – The Black

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Lo ammetto, è da quando è stato pubblicato “The Black”, singolo estratto dall’ultimo omonimo album degli Asking Alexandria, che non riesco a togliermi dalla testa il ritornello in Auto-Tune di questo pezzo. E la situazione è peggiorata con l’uscita del quarto full-length degli inglesi, che mi ha spinto a forza nel cranio altri motivetti orecchiabili che mi torturano in continuazione.

Capiamoci, non ho assolutamente nulla contro gli Asking Alexandria, riconosco il loro successo commerciale, passato e presente (“The Black” è attualmente alla nona posizione della Billboard 200), e li seguo con interesse dal loro debutto, ma nutro qualche perplessità sul loro futuro.

Prima però facciamo un passo indietro. Gli AA sono sempre stati guardati con sospetto soprattutto dall’interno della stessa scena metalcore, e i più intransigenti li hanno schifati fin dall’inizio marchiandoli con (l’infamante?) etichetta di electronicore e di boy band incazzosa per ragazzine alternative. E loro ci hanno marciato parecchio su questa fama, facendo esattamente quello che faceva schiumare i detrattori: metalcore sbarazzino, con un’interessante anche se abbozzata svolta hard rock nel penultimo disco, “From Death to Destiny”.

Oggi però, dopo aver ascoltato diverse volte “The Black”, mi risulta difficile capire la direzione che gli orfani di Danny Worsnop hanno intenzione di prendere. Certo, la componente deathcore c’è ancora, ci sono ancora i breakdown e qualche inserto elettronico, e “The Black” è un prodotto confezionato con cura maniacale, ma la dipartita del cantante ha destabilizzato la band molto più di quanto Ben Bruce, chitarrista ed ex migliore amico dell’attuale frontman dei We Are Harlot, voglia ammettere.

La chimica tra i due era davvero forte, ed era questo il vero motore degli Asking Alexandria: ora giocano a mosca cieca, rincorrendo i Bring Me The Horizon (“Sometimes It Ends” è una versione di “It Never Ends” con la metà del mordente) e cercando di aprirsi a sonorità più soft alla 30 Seconds To Mars (“Send Me Home”), ma con il freno a mano tirato. Il problema più grande poi è quando tutti questi elementi vanno a mischiarsi in unico calderone, a cui vengono aggiunte pure delle suggestioni dark a caso, vedi la cantilena alla “Suspiria” nell’intro di “The Lost Souls”.

Tanta, troppa confusione, come negli inserti parlati della già citata “Sometimes It Ends”, in cui per l’ennesima volta Ben sottolinea che Danny è trapassato remoto: se l’intenzione era quella di lasciarsi alle spalle la rottura con il vocalist, l’effetto è esattamente quello opposto, perché il fantasma di Worsnop aleggia per tutta la durata del disco. Alla centesima volta che si sente dire “questo album non parla di Danny”, la domanda sorge spontanea: allora di cosa parla?

Magari sono io che mi faccio troppi problemi e non riesco più a godermi un certo tipo di musica senza far partire lo spirito da spaccapalle che vive in me, dato che i fan degli Asking Alexandria supportano e difendono questo disco e hanno accolto a braccia aperte l’avvento in line-up del nuovo vocalist Denis Stoff, che forse il physique du rôle per questo genere ce l’ha più di Worsnop. Ma sono convinta che se i ragazzi di York non riusciranno a chiarirsi le idee sulla direzione da prendere e non chiuderanno il conto con il passato, il loro successo resisterà tanto quanto i poster di Ben e Denis nella cameretta di una quattordicenne.

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