Blindur – Blindur

“Maledico gli anni Sessanta, gli anni ottanta, i cantautori alternativi, chi fa british, canta afro, mischia hip hop, Rino Gaetano, elettro, Mozart e De André”: è questa la frase che più mi ha colpito mentre ascoltavo l’album dei Blindur, che si affacciano con la loro prima uscita discografica su quel guazzabuglio scomposto che è il panorama musicale italiano odierno.
Facciamo un passo indietro. I Blindur sono Massimo De Vita e Michelangelo Bencivenga, duo partenopeo polistrumentista nato nel 2014 e diventato in breve tempo una delle nuove voci de La Tempesta, con cui hanno appena pubblicato l’omonimo disco d’esordio.

Il curriculum con cui i due musicisti hanno bussato alle porte dell’etichetta discografica di Davide Toffolo è esemplare: dal 2014 collezionano riconoscimenti, uno tra i tanti il Premio Buscaglione, che li ha messi in diretto contatto con la nuova etichetta discografica portandoli sotto la sua ala protettrice e proiettandoli sul palco insieme a nomi come Sicktamburo, Tre Allegri Ragazzi Morti, Iosonouncane, Dente e altri volti noti della scena indipendente.

Se i Mumford and Sons e i Sigur Rós si unissero per registrare un album assieme ne uscirebbe qualcosa che avrebbe molto in comune con il sound dei Blindur: folk e post rock si fondono in un connubio che attinge dal repertorio tradizionale irlandese e dalle sonorità islandesi. I Blindur non sono nuovi al mondo del gruppo di Reykjavík, tant’è che devono il proprio nome a un incontro con Jònsi, storico membro dei Sigur Rós.

Il che ci riporta alla frase di apertura di quest’articolo, un’affermazione ardita e fortemente ironica per un duo che non è estraneo alle contaminazioni e ai melting pot sonori. Sì, perché al folk e al post rock si affiancano accenni di pop, effettistica ed elettronica oltre a una composizione dei testi che strizza l’occhio al cantautorato italiano classico. A differenza dell’improbabile mix citato tra le prime righe, l’esperimento dei Blindur finisce per risultare coerente: gli abbinamenti quadrano e i tasselli si incastrano, forse non alla perfezione, ma il risultato è abbastanza convincente.

Nove tracce, quasi un’avventura, l’esplorazione di un mondo nuovo: sono i primi passi su un terreno sconosciuto in cui, per avanzare, bisogna studiare ogni mossa, capire su che terreno appoggiare i piedi e trovare il giusto equilibrio per proseguire nella direzione scelta.
Il viaggio sembra essere anche il fil rouge che unisce i brani di “Blindur”: viaggi all’interno di se stessi come nell’introspettiva “Aftershock”, viaggi veri e propri come “Solo Andata” o addirittura addii come “XI Agosto”, ispirata dalla scomparsa di Robin Williams e “Vanny”, dedicata alla partenza di un amico. I testi oscillano tra il metaforico, l’impegnato e il naif sommandosi al bagaglio di elementi eterogenei che contraddistinguono questa prima uscita dei Blindur.

“Blindur” non è quel disco che ascolteresti in loop per giorni interi, non ha quella forza che richiama l’attenzione e fa innamorare dopo ripetuti ascolti. Sicuramente è una presa di posizione e un’entrata in scena decisa in un mondo cui ormai dinamiche, costruzioni e sonorità si ripetono e si amalgamano. Si tratta di portare avanti un percorso personale e fortemente identitario che non coincide con l’omologazione alle tendenze attuali. Insomma, non sarà buona la prima, ma da qualche parte bisognerà pur iniziare.