Patrick Wolf – Lupercalia

Patrick Wolf Lupercalia

Se all´inizio della sua carriera qualcuno ci avesse detto che nel 2011 Patrick Wolf si sarebbe spogliato dei panni del genio incompreso per vestire quelli della pop star, non gli avremmo sicuramente creduto.

Avvolto da un plumbeo alone di mistero, Patrick Wolf incarnava fin troppo bene la figura dell´artista tormentato, del polistrumentista virtuoso che crogiolandosi nella penombra mediatica regalava ai suoi seguaci perle di spleen decadente, perfette nella loro tetra rappresentazione del mondo odierno. L´alienazione trasudata da “Wind in Wires” e “Lycanthropy” si sposava perfettamente con le insicurezze generazionali dei twenty-something di inizio millennio, offrendo loro un personaggio tanto carismatico quanto lo sfolgorante David Bowie dei tempi di Ziggy Stardust, un alieno catapultato sulla terra dotato di una sensibilitá ultraterrena per la catarsi poetica e compositiva. Patrick era il portavoce di tutti quei giovani che per un motivo o per l´altro si riconoscevano nei suoi turbamenti, che si immergevano nella sua musica per assaporare quella fragorosa esplosione di suoni e melodie che è l´animo umano. E le sue canzoni, capaci di suscitare appassionanti empatie, provenivano direttamente da lí.

Ora, a due anni dai mistici epicismi di “The Bachelor”, il Patrick che pensavamo di conoscere tanto bene cambia radicalmente, inaspettatamente, volto. Ed è davvero un peccato.

Perché “Lupercalia” ha poco, se non niente, dei virtuosismi compositivi degli album precedenti. Perché ascoltando e riascoltando l´album da cima e fondo non cambia l´impressione che se ne trae al primo ascolto: ovvero quella di un album a tratti superficiale, che si concentra sulla meticolosa rifinizione delle orchestrazioni per celare una palese mancanza di contenuti. L´idea di creare una sorta di concept album sulle emozioni dettate dall´innamoramento fallisce fin dalle prime tracce: “The city”, “House” e “Bermondsey Street” si afflosciano come soufflé sulle loro stesse pretese easy-listening, creando nell´ascoltatore (soprattutto se suo fan) un´intraducibile motto di delusione e spaesamento. L´ambizione di diventare una pop star è tanto evidente quanto sconfortante, e nessuna traccia toglierà l´amara sensazione di stare assistendo ad un enorme spreco di creatività compositiva.

Per carità, quello di “Lupercalia” è certamente un pop orchestrale di qualità, in cui le incursioni eighties dei sintetizzatori si lasciano stemperare da combinazioni di archi struggenti, che però tendono troppo spesso a travalicare il confine del mieloso. A spiccare nel calderone di questi lirismi a volte un po’ forzati ci sono però “The days”, unico vero momento di commozione dell´album, segno che il Patrick dei vecchi tempi non è morto, e “Time of my Life”, maestosa e travolgente perla dell´album, dimostrazione che Mr. Wolf rende decisamente meglio quando si fa cantore dei suoi travagli interiori.

Il resto invece è un tripudio di merletti, frivolezze e testi alquanto banalotti “And I can make it alone/but we can do this so much better/Together, together, together”: Patrick è felice (non é un mistero la sua appagante relazione con il fidanzato William, a cui viene dedicato un brano nell´album) e vuole che lo sappia il mondo intero. Ma la grande tenerezza che può suscitare la genuina felicità che si accompagna all´album non potrà mai oscurare il grande disappunto di assistere ad un cambio di rotta così netto verso il regno dell´easy pop.

Non resta che sperare quindi nel prossimo lavoro e forse, malignamente, anche in un ritorno di quei tormenti che erano il marchio di fabbrica del buon vecchio Patrick Wolf.

Valentina Lonati

1 Comment

  • Sono abbastanza d’accordo.
    Seguo Patrick da Wind in the Wires (che è poi il suo album che preferisco) e devo dire che anche solo rispetto a The Bachelor questo è un album con meno contenuti.
    Non credo ci sia nulla di male nella felicità e nella pace (“this is the greatest peace I’ve ever known” ci dice lui in House) infatti sinceramente non gli augurerei, da sua grande fan quale sono, di tornare infelice e tormentato.
    Piuttosto mi auspico altre scelte stilistiche. Come ha lui stesso ammesso in seguito alla release dell’album, la sua è stata una scelta pensata: The Conqueror doveva uscire dopo The Bachelor ma è stato interrotto nemmeno a metà perchè Patrick non si riconosceva in quel prodotto, evidentemente sentiva che non era adatto a ciò che voleva esprimere.

    A me quello che manca in questo album non è tanto il tormento, piuttosto dei versi più poetici, delle figure più originali, che per esempio in Wind in the Wires ,Lycanthropy,The Bachelor e in qualche sporadicissima traccia di The Magic Position, si possono trovare.
    Per quanto riguarda gli arrangiamenti io spero nella ripresa di buoni archi, che oltretutto live sono stupendi (provare per credere, “The bachelor” live è qualcosa di stupendo,intenso,vibrante) Attendo 🙂

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