Enslaved – In Times

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Ci sono molti modi di intendere il progressive. Probabilmente quello più semplice consiste nel riprendere filologicamente i suoni, le strutture e in generale tutti gli elementi delle grandi band degli anni Settanta, senza aggiungere pressoché nulla di personale. Ne risultano così prodotti ben fatti, spesso gradevoli, ma privi del carisma e della creatività necessari per essere ricordati nel tempo. Un esempio concreto potrebbe essere l’ultimo corso degli Opeth, impeccabile nella forma ma assolutamente anodino nel contenuto. All’opposto si situano gli Enslaved, in grado di stupire album dopo album e di plasmare il concetto di “musica progressiva” in forme mai udite prima. La band norvegese possiede esattamente questo valore aggiunto: in un’epoca di standardizzazione stilistica ad ogni livello (dal pop mainstream all’underground di nicchia), il suo sound è immediatamente riconoscibile dopo poche battute. “In Times”, 13esimo full – length di una carriera che ha visto la formazione sbagliare pochissimi dischi (probabilmente solo un paio precedenti alla rinascita avvenuta con “Isa” nel 2004), non fa eccezione in questo.

La differenza con gli immediati predecessori è un parziale ritorno all’aggressione viking/black degli esordi. Ma si tratta di una rilettura trasfigurata che rende diversissime le atmosfere degli Enslaved del Duemila rispetto a quelle degli autori di “Frost” (1994). Si potrebbe ora stilare un elenco di quanto i riff più classicamente metal vengano assimilati in traiettorie imprevedibili nel corso delle sei lunghe tracce dell’opera. Ne verrebbe fuori un inutile appesantimento dello scritto. Poi, a che servirebbe? Quando tutti possono ascoltare l’intero disco con un paio di click…no, basta nominare la traccia d’apertura “Thurisaz Dreaming”, che mette a stretto contatto una marcetta alla Satyricon periodo “The Shadowthrone/Nemesis Divina” e un assolo di chitarra acida, oppure citare le derive post/indie rock della cangiante “Nauthir Bleeding” per chiarire la fattura eccelsa dell’intero LP.

Dilungandosi ulteriormente si rischierebbe di ripetere cose scontatissime. Meglio limitarsi all’essenziale, quindi, e lasciarsi sovrastare dal flusso sonico che questi Grateful Dead del metal estremo (cfr. i primi due minuti e mezzo interamente strumentali della title – track, ‘cosmici’ quanto una “Dark Star” del 21esimo Secolo) riescono a produrre con una semplicità sbalorditiva. Però un paio di fatti vanno precisati. Gli Enslaved odierni sarebbero impensabili senza la presenza della chitarra ‘anni Settanta’ di Ice Dale, della batteria ‘rock’ di Cato Bekkevold e delle clean vocals di Herbrand Larsen, importantissimo anche per il suo lavoro alle tastiere; nel corso dell’ultimo decennio il loro contributo è stato fondamentale nell’evitare un possibile inaridimento creativo degli storici leader Grutle Kjellson e Ivar Bjørnson. Il secondo punto, più che un fatto, è una constatazione personale in forma di ringraziamento: accanto ad alcuni facinorosi avant-garde che se la tirano da ineffabili intellettuali e geni musicali che manco Beethoven e Debussy messi assieme, la totale umiltà – anche nel modo di presentarsi – del quintetto di Bergen, che in realtà avrebbe molti più meriti da mostrare rispetto ai sopracitati fenomeni di modestia, è l’ennesimo tratto distintivo che te li fa amare ancor di più.

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