John Garcia – The Coyote Who Spoke in Tongues

‘The Coyote Who Spoke In Tongues’: John Garcia, categoria miti viventi. Il suo tono vocale alto e tagliente ha segnato l’era del post grunge come il verso di un coyote che al tramonto spezza la calma immobile del deserto, dove i colori passano dal marrone al rosso in un movimento di liquefazione che fa passare dal caldo insopportabile e secco al freddo glaciale delle stelle senza nome, in maniera sinuosa e inesorabile.

Sono gli anni e i luoghi dello stoner rock, quello che ha proseliti ancora oggi in gruppi di successo come Mastodon, Baroness e Clutch. In principio erano i Kyuss, capitanati dal giovane Josh Homme che ha poi contribuito a dare suoni e immagini alla nostra generazione rock con i suoi Queens Of The Stone Age. C’era anche Nick Olivieri e i suoi Mondo Generator, oggi in tour solista con i suoi eccessi e le sue stranezze. E c’era lui, John, frontman di un movimento che voleva trasmettere non solo un suono, ma uno stile di vita. E tra le note dello stoner traspare chiaramente la durezza di una vita ai limite del vivibile, senza conforti e morbidezze. Le chitarre compresse allo sfinimento, ritmiche che passano dall’incedere devastante di un treno merci all’atmosfera surreale e onirica come solo un sogno allucinato nella solitudine del deserto può essere.

Lo stoner oggi è come detto ancora suonato da gruppi di nuova generazione, mentre il nostro Garcia (già frontman di altri gruppi cult del genere quali Unida, Slo Burn e Hermano) è diventato un ex combattente che gode nel rivivere i ricordi di caos e distorsione, quando i Kyuss devastavano le orecchie dei loro fan sui palchi di tutto il mondo, concentrandosi su se stessi, sfidando i propri limiti autoriali e sondando nuove terre e nuovi scenari. Dopo il buon disco solista del 2014 intitolato non a caso ‘John Garcia’, e il successivo tour di promozione, ha poi intrapreso con il chitarrista Ehren Groban una serie di concerti acustici che lo ha portato anche qui in Italia.  La dimensione era intima, la scenografia del palco sembrava atta a riprodurre una camera arredata in maniera spartana, con un tavolino, l’immancabile tappeto, pochi oggetti e una bottiglia di Rum, a incorniciare i due musicisti seduti impegnati a riprodurre pezzi dell’album solista e dei gruppi storici di Garcia. Il progetto è piaciuto a tutti, a noi sotto al palco e ai musicisti sopra, tanto che John ha deciso di produrre scrivere e dare alle stampe uno spaccato di quell’esperienza, provare a fissare su disco quell’atmosfera amichevole e intima che ha unito l’artista con i suoi fan dentro la storia dello stoner.

È così che nasce ‘The Coyote Who Spoke In Tongues’. Il titolo ci dice che Garcia vuole parlarci senza fronzoli e giochi di parole, e già la iniziale ‘Kylie’ parte ruvida e incisiva, creando dietro ai nostri occhi l’immagine del faccione di Garcia con i suoi tic e le sue movenze sclerotiche. La voce è quella che ci ricordiamo, non è cambiata per niente, nemmeno una sfumatura. Quello che è cambiato è lo spirito, cresciuto e maturato, che ha portato il cantante a produrre capolavori come questa ‘Kylie’, che rallenta dopo la sferzata iniziale e diventa una ballata suadente tra voce e chitarra acustica, per poi ripartire con il suo ritmo allucinato e Garcia che ritorna ad affettare i nostri timpani. Pezzo clamoroso.

Ora, i fan dei Kyuss guardando la tracklist di questo album avranno più di un colpo al cuore. Perché figurano pezzi come ‘Green Machine’, ‘Space Cadet’, ‘Gardenia’ e ‘El Rodeo’. E non abbiate paura, la dimensione acustica non le sminuisce, le tratta con i guanti e le trasforma in qualcosa di fantastico, morbido come velluto. La sensazione all’ascolto è di estasi tranquilla, di un refolo di vento che sferza la superficie granitica della roccia, ma un déjà vu spinge con la memoria del pezzo originale. ‘Give Me 250 ML’ ha un ritmo blueseggiante accattivante che incornicia e divide la bellissima reprise della kyussiana ‘Green Machine’ con ‘The Holingsworth Session’, una ballata dal sapore esoterico che porta a un livello ancora superiore questo album, con un giro di acustica veramente eccezionale, senza perdere nulla della potenza e dell’energia fin qui accumulata, inusuale per un album completamente acustico.

Che dire di ‘Space Cadet’. Uno dei pezzi che già dalla sorgente Kyuss si presta maggiormente alla veste di ‘The Coyote Who Spoke In Tongues’, e come volevasi dimostrare si incastona perfettamente nel suo slot nel mezzo dell’album con il suo incedere ipnotico. È un momento nostalgia questo, perché in successione ritroviamo ‘Gardenia’ da ‘Welcome To The Sky Valley’ dei Kyuss e ‘El Rodeo’ da ‘Circus Leaves Town’, che cambiano pelle totalmente come un serpente passando dalle esplosioni devastanti originali a ballate blues raccolte e asciutte. ‘Argleben II’ interrompe la parentesi da album ricordi, offrendo un tappeto acustico che cresce di intensità come la fiamma di una candela in una stanza buia. ‘Court Orden’ è il corridoio finale strumentale affidato alla acustica di Groban. Un paio di live per fortificare l’intenzione del disco, di ricreare quella particolare atmosfera proposta nell’ultimo tour acustico, e il viaggio si chiude.

Garcia con ‘The Coyote Who Spoke In Tongues’ crea un canale esclusivo con i suoi fan, seguaci di una carriera che dai fasti polverosi dello stoner a metà degli anni ’90 lo ha portato in questa stanza arredata con pochi soprammobili e tanta atmosfera, dove siamo stati parecchio comodi e dove torneremo spesso a respirare le atmosfere di luoghi lontani, splendidi e fatali.