Kate Tempest – Let Them Eat Chaos

kate-tempest-let-them-eat-chaosNon mi è mai piaciuto il rap. La mia scarsa conoscenza, plagiata dai video di MTV, si è sempre fermata ad afroamericani ipermuscolosi e ultratatuati che mostrano catene d’oro 24kt appese al collo, o a pallidi ragazzotti che si agitano in gigantesche felpe oversize. Insomma, nella mia limitata panoramica, il rap non prometteva un granché tra pettorali lucidi, denti placcati d’oro e rime improbabili.

Per questo quando ho pescato nel calderone delle nuove uscite discografiche il nome di Kate Tempest, “spoken word artist” britannica, mi sono mentalmente rimboccata le maniche pronta a un flow di parole aggressivo tutto champagne e limousine. E invece sono rimasta a bocca aperta.

Facciamo un passo indietro: chi è Kate Tempest, pseudonimo di Kate Esther Calvert? Rapper londinese di nascita, trentenne con il visino pulito di una quindicenne contornato da britannici capelli biondi con un passato (e un presente) da poeta e scrittrice premiata. È qui che si attivano le sinapsi e scattano i collegamenti: “Tempest” è un intenzionale omaggio all’omonima opera teatrale shakespeariana; il suo è un rap che si fonde con la poesia e il teatro che ne condizionano fortemente il flow e la metrica. È un mix solido quello di Kate Tempest, melting pot di una cultura urbana supportata da un background letterario affermato che ha visto i natali non solo di William Shakespeare ma anche di autori come Virginia Woolf, William Blake, William Wordsworth e dei poeti romantici.

La Tempesta arriva da South London, non proprio la parte della City in cui vorresti crescere i tuoi figli, ma ama la sua Londra e la vuole raccontare: la città diventa la protagonista dei suoi testi, Kate Tempest tesse storie che attingono dal quotidiano e dalla vita delle persone comuni. La sua tecnica narrativa prende forma nel suo album di debutto “Everybody Down” e prosegue nella stesura del suo ultimo lavoro, “Let Them Eat Chaos”, moderna trasposizione della celebre citazione reale “Che mangino brioches!” (con meno ghigliottina).

“Let Them Eat Chaos” è un vero e proprio spettacolo teatrale.  L’ascoltatore diventa il pubblico seduto in platea mentre la Tempest si fa narratore onnisciente, voce fuoricampo: 12 tracce per una storia lineare ambientata in un condominio di Londra.  Sono le 4:18 del mattino, una tempesta è in arrivo, gli ignari protagonisti del nostro spettacolo non riescono a dormire.

“Picture a Vacuum” sono le tre parole immerse nel silenzio più totale ad aprire il sipario immaginario che ci proietta nello spettacolo del caos: accento inglese fortissimo, parole scandite con forza e lentezza, Kate Tempest ci proietta direttamente sul palco. “Picture a Vacuum” porta il pubblico-ascoltatore dentro la storia, dal buio del sistema solare fino ad atterrare sulla Terra in questa città ai confini della realtà, “Let’s call it London”.
La narratrice dirige il nostro sguardo di appartamento in appartamento, spiamo dalla finestre, osserviamo i personaggi, sappiamo chi sono, cosa fanno, da dove vengono: c’è Bradley, il PR che nonostante la vita apparentemente appagante si porta addosso il peso della solitudine; Zoe, alle prese con un trasloco frenetico; Gemma, sguardo fisso fuori dalla finestra e pensieri rivolti al passato. Kate Tempest dà voce ai loro pensieri, ogni brano è scritto insinuandosi nella testa di ognuno di loro: sembra di leggere il Trainspotting di Welsh, fatto di brevi, tagliente capitoli con linguaggi eterogenei.
Un condominio che diventa lo specchio del mondo per Kate Tempest. “Europe is Lost” afferma, ognuno rimane confinato e rinchiuso nel suo piccolo spazio, alienato dalla tecnologia e lontano dall’amore, cura e consolazione.

“Let Them Eat Chaos” è un album che ti fa innamorare delle parole, del loro suono e del loro peso. È la riscoperta del linguaggio, del piacere di una frase ben costruita: il ritmo, le pause e i silenzi acquistano la stessa importanza della voce rendendo ogni canzone un’esperienza intensa e ipnotica. L’impressione che lascia è quella di un album genuino, lontano da pretese intellettuali o politicamente impegnate: non c’è volontà di porsi come un giudice severo, l’analisi sociale di Kate Tempest è quella di chi osserva il mondo con gli occhi aperti e i piedi per terra.

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