Mantra – Laniakea

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Scopriamo un altro gruppo? Vi va? Mi rivolgo ai fan del metal strutturato, quello colto, quello che spesso viene etichettato come progressive metal. I fan dei Tool, in primis. Ma anche di uno dei gruppi del momento, i Gojira, e degli onnipresenti Mastodon. Vi presento i Mantra, con il loro album ‘Laniakea’. I richiami di atmosfera sono quelli esoterici delle immagini sia ideali che di artwork dei Tool, il suono è moderno ma non il classico pastone inscindibile delle produzioni metal attuali. Gli strumenti si prendono il loro spazio come è giusto che sia in un metal progressive con canzoni complesse di alto minutaggio.

Già dalla prima canzoni le linee di demarcazione sono chiare. Le atmosfere sono quelle suggestive e riflessive dei Tool più composti, quelli delle anticamere nei lunghi minutaggi tra una scudisciata di violenza e l’altra. E anche qui, in ‘Dust’, i momenti riflessivi sono il letto di un fiume che esplode impetuoso nella parte vocale che nei momenti più tirati ricorda parecchio quella dei Gojira. Andando avanti, in ‘Marcasite’ i ritmi si comprimono ancora di più e così la voce, che ondeggia tra il growl degli Opeth e il cantato più sporco dei Mastodon, mentre nella successiva ‘Inner Cycle’ la melodia vocale si affaccia ai lidi alternative, scendendo in abissi sempre più dark fin quasi a rievocare il fantasma di Peter Steele dei Type O’ Negative.

‘Pareidoila’ accelera come una parabola che cede il passo a ‘Parabol’, e anche la voce torna in growl, a parte finestre alternative melodiche ma velenose, come quelle dei migliori Alice In Chains. In ‘Faces’, un interludio strumentale che fa l’occhiolino ai Pink Floyd, si rimarcano le caratteristiche del metal progressivo, pieno di stanze evocative e strumenti inaspettati, come il flauto che spunta sopra la chitarra classica, o le voci di lamenti ancestrali di popolazioni indigene di qualche terra lontana. Il cantato non dà mai punti di riferimento, e salta da un genere all’altro creando un misto eterogeneo e quindi molto interessante, rendendo l’ascolto di questo ‘Laniakea’ un’ avventura mai banale e non priva di colpi di scena. ‘Vision In The Cave’ è un viaggio acustico in cui la voce, questa volta pulita e melodica, ci accompagna all’interno di un incubo evocativo e fumoso, con esplosione di strumenti e liberazione melodica che ricorda parecchio i Pink Floyd.

Laniakea è un disco corposo, vario, lungo. È un’esperienza impegnativa sotto vari punti di vista, ma appagante. ‘Abred’ inizia raccolta ma i Gojira tornano immediatamente a fare capolino nel metal secco e cadenzato di questo pezzo, e nel ritornello mastodontico e melodico ritroviamo il mix che bene o male ci guida durante tutto l’ascolto. ‘In Te Wake Of The Millions’ ritorna l’atmosfera pinkfloydiana, sognante, introdotta dall’iniziale rumore di pioggia. E questa è l’atmosfera suggerita, guardare il mondo che scorre da sotto una tettoia, mentre fuori scroscia la pioggia. La title track è un chiaro tributo ai Tool, e sfodera i muscoli metal senza fronzoli e anticamere, qui si picchia duro sotto tutti i punti di vista così come nella successiva ‘Dead Sun’, dove si prendono in prestito tutte le caratteristiche più violente dei soliti Gojira, Mastodon e Tool per creare una miscela di grande impatto sonoro.

‘Laniakea’ è un album che vuole e può soddisfare chi ama il metal colto, complesso e tecnico, che regala però anche molti momenti emozionanti di violenza cruda e melodia piacevole e avvolgente.

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