Metamorfosi – Chrysalis

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È chiaro sin dalle sue prime battute, “Chrysalis” dei Metamorfosi è un disco raffinato, complesso e contaminato, ma non per questo ostico all’ascolto o privo di quel carattere melodico che, invece, rimane a testimone delle radici mediterranee della band. L’essenza del progetto, il primo in inglese per il trio laziale composto da Sarah D’Arienzo alla voce, Tyron D’Arienzo alla chitarra e Gianluca Manfredonia alla batteria, risiede proprio nel concetto di cambiamento e trasformazione, che si fa palese col riferimento a Gregor Samsa, protagonista della “Metamorfosi” di Kafka, nel titolo della terza traccia.

Dal lato delle liriche, infatti, traspare il desiderio di ricerca di se stessi e del proprio posto nel mondo, di un contatto più autentico con la propria interiorità, ma anche con la natura, nel tentativo di entrare in relazione con l’anima più profonda delle cose. Un processo di mutazione che non manca di tradursi sul piano musicale nelle otto tracce che compongono il disco e che dischiudono passo dopo passo il mondo dei Metamorfosi, uno spazio sonoro abitato da una miriade di elementi in grado di valorizzarsi a vicenda a partire dal rapporto paritario con cui si relazionano voce, chitarra e batteria, impreziositi dall’occasionale intervento di archi, glockenspiel e marimba.

L’essenza è nel modo in cui Guardi, Ascolti, Senti ogni piccola cosa che ti circonda”, dicono i Metamorfosi a proposito dell’opening track “Essence”, offrendo la chiave di lettura di un album che proprio sulla compresenza di tanti piccoli particolari, ad arricchire un’identità musicale già di per sé molto articolata e fondata sulla contaminazione di alt rock, jazz, indie pop e prog rock, gioca la sua carta migliore. Di che pasta sia fatto il trio lo si intende già da “Essence”, brano che dalle malie dell’intro va aprendosi in un ritornello potente e orecchiabile, che ricorda alcuni dei migliori episodi del rock italiano al femminile, in particolare Elisa e L’Aura. “Chrysalis” a seguire sviluppa la parentesi alt rock dell’album, ribadendo una delle caratteristiche più interessanti del trio, capace di giocare con i contrasti dinamici, senza paura di indugiare in momenti più riflessivi e sofisticati prima di spalancare il gas in ritornelli decisamente cantabili.

L’illusione è quella di averli inquadrati, ma l’elemento destabilizzante arriva non più tardi della terza traccia: “Gregor Samsa”, intermezzo vocale, che apre la via alla sezione più sperimentale del disco. Il volo di “Levity”, un brano che, sarà per la pasta vocale di Sarah e il suo stile tra jazz e lirica espresso in una strofa dai toni vagamente rinascimentali, sconfessati da un ritornello che strizza l’occhio al prog rock, ricorda la Tori Amos di “Night of Hunters” (non a caso title track di un album che parla proprio di metamorfosi e contatto con gli elementi della natura), anticipa “Keep the Pain”, episodio più marcatamente pop dell’album.

Allentata la tensione il terreno è pronto per il carattere introspettivo di “Packed Smile”, primo affacciarsi di quelle influenze riconducibili a grandissimi del rock, che caratterizzano l’ultima parte dell’album, con i Led Zeppelin nelle prime note dell’arpeggio di chitarra, che ricordano da molto vicino quelle di “Stairway to Heaven”, e i Queen nelle armonie e nelle chitarre del ritornello. “Light”, invece, ammicca a sonorità più moderne, in particolare ascoltando questo pezzo, che assieme al precedente è sicuramente tra i migliori del disco, vengono in mente i britannici Signals e i Paramore di Hayley Williams. La sognante “The Moon Is Kidding Me”, col richiamo ancora una volta alla chitarra di Brian May e l’ipnotico ricorso in stile Sgt. Pepper’s all’ingresso della banda nell’outro, chiude con un tocco di classe un disco che riesce nella difficile impresa di essere al contempo potente e delicato, strutturato e viaggiante, complesso, ma mai cervellotico.

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