Monophona – Black On Black

monophona-black-on-black-recensione

Si apre con l’oscura vertigine della title track “Black on Black”, il nuovo album dei Monophona. È subito chiaro che quella che nell’esordio del 2012 – “The Spy” – era un interessante accostamento tra il folk della cantante e autrice Claudine Muno e l’elettronica del dj e producer Philippe “Chook” Schirrer è oggi sintesi inscindibile, matrimonio alchemico tra due universi solo apparentemente distanti.

L’idea che i Monophona abbiano trovato la quadratura del cerchio si fa strada proseguendo nell’ascolto delle dieci tracce che compongono questo loro secondo disco. In “Thumb” il loop pulsante della base e delle chitarre acustiche incontra la melodia della voce morbida e ben tornita, mentre l’inquietante reiterarsi del suono di un orologio a cucù è la ciliegina sul pezzo perfetto di “Black on Black”. “Yes Yes” potrebbe essere uscita direttamente dalla False Idols di Adrian Thaws aka Triky: frigge, scura e con un che di ossessivo trascina l’ascoltatore nelle profondità di questo “nero su nero”. “A Mole Like a Breadcrumb”, riporta un po’ di luce sul pianeta Monophona, che fluttua sulle note di questa delicata ballata così poco elettronica verso il punto di non ritorno, rappresentato dalla deep house di “Forest of Wonders”.

I toni, decisamente meno gioviali rispetto al precedente lavoro, ricordano il tanto di buono regalato dal “Bristol Sound” dai ’90 ad oggi con Martina Topley-Bird e l’ultimo Tricky, ma anche qualcosa degli svedesi The Knife e dei norvegesi Röyksopp di “What Else Is There?”, con la voce di Claudine che qua e là ricorda la timbrica particolarissima di Karin Dreijer Andersson. Con le dovute proporzioni di tanto in tanto arriva anche qualche suggestione islandese alla Bjork o a richiamare vagamente i più recenti Samaris.
“The Hill” e “Heavier Slower”, pezzo dove l’influenza di Martina Topley-Bird si fa quasi citazione, mischiandosi con qualche reminiscenza dei primi Oi Va Voi, aprono la seconda sezione dell’album. Le soluzioni adottate sono eleganti e gli arrangiamenti assolutamente ben calibrati, con le basi elettroniche che si sposano a meraviglia con quelle acustiche delle chitarre, della batteria (dove presente) e della voce, dando corpo ad un lavoro che tiene incollati alle casse fino all’ultimo pezzo.
Il trittico finale costituito dalla bellissima “Ribbons”, dove la voce di Claudine incontra una controparte maschile, dal groove di “All Downhill” e dall’incontro ancora una volta assolutamente riuscito tra l’elettronica dell’arrangiamento e l’ispirazione folk della scrittura di “Ricochet”, la dice lunga sulle potenzialità del trio, tanto poco noto, quanto meritevole di attenzione.

[youtube sRU00LBJs-Y nolink]

Lascia un commento