Moonspell – Extinct

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Il nuovo album dei Moonspell si potrebbe leggere come un tentativo, in parte riuscito, di conglobare in un’unica soluzione gli spunti presenti nel precedente doppio cd “Alpha Noir/Omega White” (2012). Laddove metal e gothic erano scissi in due entità separate, rispettivamente “Alpha Noir” e “Omega White”, diversamente in “Extinct” si preferisce alternare il riffone death melodico con il ritornello dark, l’inserto sinfonico con la sfumatura electro, spesso tutto nel giro di un unico brano. C’è anche di più, ossia un ritorno a certe atmosfere di “Irreligious” (1996) e “Sin/Pecado” (1998), tenendo ben a mente che si parla solo di piccoli bagliori e che l’ultimo dei due rimane il disco più sperimentale mai scritto dai lusitani, almeno per quanto riguarda l’utilizzo dell’elettronica.

A spiccare maggiormente nel corso dell’opera è comunque l’elemento gotico. Certo non mancano le sferzate metal, ma quel che più colpisce sono i tenebrosi refrain cantati dalla voce baritonale di Fernando Ribeiro, che per l’occasione ne azzecca qualcuno in più rispetto alla magra media dell’ultimo periodo. E questa è già una vittoria, dato che la band portoghese non è pensabile né può sopravvivere senza di essi. La prima parte è riuscitissima: “Breathe (Until We Are No More)” è un pezzo gothic metal da manuale (oltreché uno dei più pesanti), la title-track contiene uno dei chorus più orecchiabili dell’intero album e fa un uso intelligente del synth, “Medusalem” potrebbe apparir pacchiana nel suo insistito uso di melodie mediorientali, ma rende benissimo l’atmosfera che si ripromette di illustrare, mentre “Domina” è la classica semi-ballad languida e notturna che non può mancare in un LP dei Moonspell, esaltata da uno dei ritornelli più efficaci della loro intera carriera. Il resto presenta qualche filler di troppo (esattamente la successiva “The Last of Us” è parecchio scialba) e un calo generale dell’uso delle dinamiche, fino ad allora perfetto. Si trovano ancora spunti interessanti in “Malignia”, in cui con un po’ di fantasia si potrebbe vedere una lontana parentela con lo stile di “The Antidote” (2003), più che altro per le parti in scream di Ribeiro, e nella prosopopea symphonic metal anni Novanta di “A Dying Breed”, che riesce ad essere meno zuccherosa del previsto per merito di una contrapposizione piano/forte davvero spavalda. Carina anche la ballad conclusiva “La Baphomette”, grottesca deformazione di un’aria di café-chantant dei primi del Novecento, abbastanza ironica per non scadere nel ridicolo.

Se “Extinct” avesse mantenuto la qualità della sua prima parte fino alla fine, si parlerebbe del miglior lavoro dei Moonspell dai tempi, almeno, di “Darkness And Hope” (2001). Come però spesso accade negli ultimi anni, ad un certo punto sembra inevitabile il calo. Eppure si tratta di un riscatto per il gruppo, che quasi riesce a far scordare capitoli davvero brutti come “Memorial” (2006) e a mettere insieme una decina di canzoni degne di chi un tempo scrisse “Opium”. I fan del gothic metal non troveranno nulla da ridire.

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