Nadine Shah – Fast Food

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A poco più di un anno e mezzo dallo splendido esordio con “Love Your Dum And Mad” e dopo la collaborazione a ben due pezzi dell’ultimo “Shedding Skin” di Ghostpoet, Nadine Shah ha calato l’asso con “Fast Food” (7 aprile 2015, Apollo Records).

Diversamente dal primo album, ispirato alla tematica della malattia mentale, questo secondo lavoro della cantautrice di Whitburn (UK) è una profonda riflessione, innescata dalla fine di una relazione importante, su un mondo ossessionato dalla gratificazione immediata ma pieno di rapporti estremamente complicati.

Prodotto come il precedente da Ben Hillier (Blur, Depeche Mode, Elbow, U2), coautore di tutti i pezzi dell’album, “Fast Food” è un album che, indipendentemente dal supporto, va ascoltato come si ascolterebbe un vinile, prima il “lato A”, con le prime cinque tracce, e poi il “lato B”, con le altre cinque. Interessante poi la scelta di delegare al B-side i pezzi più tradizionalmente rock e d’impatto, riunendo nella prima parte dell’album quelli di più difficile ascolto.

Già dall’apertura con la title track si capisce come Nadine abbia puntato a sviluppare in maniera coerente alcuni spunti contenuti nell’album d’esordio, elementi che conferiscono continuità al suo lavoro, tratti distintivi del suo sound. Le sonorità ispirate alla musica Sufi, avanzate dall’artista di madre norvegese e padre pakistano nel primo album in “The Devil”, qui sono un sottile fil rouge che scorre nelle ritmiche, nelle armonie e nelle soluzioni timbriche di gran parte dei brani.

Da subito, però, arriva anche qualche intrigante novità: arrangiamenti estremamente rarefatti, una decisa propensione per la dissonanza (in realtà già caratteristica di pezzi del primo lavoro come “Aching Bones”) e la sostituzione del piano, centrale nell’album di debutto, in favore delle chitarre sono il marchio di fabbrica di questo “lato A”. Alla seconda traccia “Fool” spetta il compito, egregiamente assolto, di trascinare l’ascoltatore dentro l’album ma gli episodi più esaltanti di questa prima parte di “Fast Food” rimangono l’arrangiamento scarno di “Matador” e il ripetersi delicato ed ossessivo di un unico verso in “Nothing Else To Do”, tra fiati vellutati dal sapore jazz e le inattese asprezze del finale: una vera chicca.

“Stealing Car”, primo singolo estratto dall’album, apre un “lato B” dal piglio decisamente più rock, con le chitarre a farla da padrone in pezzi piuttosto tirati come “Washed Up” e “The Gin One”. Il sapore gothic rock di questa sezione del disco ben si sposa con un gusto per la melodia misurato e di classe; i cori, poi, sono una novità che dona un tocco particolare al sound di questi due brani. L’ipnotico crescendo della ballad “Big Hands”, condotta su un semplice ma incisivo riff di pianoforte che va perdendosi sotto le chitarre e su una parte vocale toccante ma misurata, è una splendida sintesi di quanto espresso da Nadine Shah nei suoi primi due lavori e probabilmente il pezzo più incantevole di questo “lato B”. La ritmica fieramente sincopata e le chitarre di “Living” chiudono infine un album che non solo conferma ma promette sulle sorti future di questa artista dallo straordinario talento.

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