The Heavy Countdown #20: Pain Of Salvation, Code Orange, Sepultura

Gone Is Gone – Echolocation
Un supergruppo formato da Tony Hajjar degli At the Drive-In, Troy Van Leeuwen dei Queens of the Stone Age e Troy Sanders dei Mastodon non può che far venire l’acquolina in bocca. E il debutto dei Gone Is Gone è all’altezza delle aspettative. “Echolocation” miscela con sapienza la varietà di sonorità derivante dalle diverse estrazioni e background dei membri della formazione. Chitarre, synth, atmosfere rarefatte e sound più heavy si completano a vicenda, come nella opener “Sentient”: da non perdere anche le vibrazioni magiche della bellissima “Dublin”.

A Constant Knowledge of Death – Vol. II: Organic Emotions
È possibile essere leggeri come l’aria e al tempo stesso pesanti come un’incudine? Sì, e gli A Constant Knowledge of Death ci sono riusciti benissimo nel loro disco numero due. “Vol. II: Organic Emotions”, che si incunea tra i confini sfuocati del post-metal, è un ottovolante continuo di suoni e emozioni differenti. Lasciatevi avvolgere tra le spire delle composizioni del trio, a cavallo tra ambient ed eco floydiane (“Organic Emotions”), e assaporatene l’ossatura solida, ma al tempo stesso delicatamente malinconica.

Pain of Salvation – In the Passing Light of Day
Lo dice il nome stesso della band: per arrivare alla salvezza, bisogna soffrire. Ed è proprio questo il percorso di crescita spirituale e umana dipinta nel decimo album della seminale band prog metal svedese. “In the Passing Light of Day” non è per nulla un disco facile, e riflette gli ultimi turbolenti anni della formazione (sia a livello privato che professionale). La malinconia e la vulnerabilità, presenti fin dalla opener “On a Tuesday”, con il suo parlato pregno di significato sulla vita e la morte, permeano tutto il disco per arrivare infine alla titletrack, posta simbolicamente in chiusura dell’opera.

Code Orange – Forever
Tralasciando la titletrack (nonché primo singolo estratto), forse il pezzo più debole e meno rappresentativo del terzo lavoro dei Code Orange, “Forever” spiazza per l’andamento singhiozzante e meccanico, con pause teatrali e drammatiche tra l’energia muscolare e le eco più tetre. A proposito, è proprio quando i Nostri tirano le briglie al loro (post) hardcore che danno il meglio (vedi “Bleeding in the Blur”). Definitivamente un buon prodotto (intorno al quale all’estero c’è un hype assurdo), ma non è rimasto a lungo nella mia library.

Skytown Riot – Alive in the Fire
Gli Skytown Riot si adagiano nel mare magnum dell’alternative rock con una malleabilità e creatività davvero più unica che rara al giorno d’oggi. il singolo “In Dissolution” è uno degli highlights di “Alive in the Fire” e attacca con una fresca dose di vitalità. Ma nel nuovo disco del trio abbiamo tanto piano (“One Day” e la titletrack) e diversi pezzi molto toccanti, grazie a un songwriting intrigante e maturo. Il paragone con i Muse a questo punto viene spontaneo. Vedremo che cosa combineranno in futuro.

Vanha – Within The Mist of Sorrow
Il debutto discografico del duo svedese composto dal vocalist e polistrumentista Jan Johansson e dal batterista Jesse Oinas, è un buon connubio tra death e doom, con una malsana quanto importante pulsione verso la malinconia più spinta. I riverberi lacrimosi del pianoforte, i lamenti dei violini e i riff taglienti funzionano alla meraviglia in pezzi come “The Curse” o “Desolation”. “Within The Mist of Sorrow” è tanto fuori dal tempo quanto piacevole da ascoltare, trovando conforto nel suo grigiore vagamente familiare.

Sepultura – Machine Messiah
I Sepultura sono arrivati al quattordicesimo (!) album, l’ottavo sotto l’egida di Derrick Green, buttandoci dentro tutto quello che sono bravi a fare e per cui sono diventati famosi. Quindi accelerazioni furiose, ritmi tribali e Andreas Kisser che è sempre una garanzia. Niente di nuovo, anche il tema della robotizzazione/intelligenza artificiale inizia a far vedere la corda, ma “Machine Messiah” è la tipica bomba che farà strippare i die hard fan. Solo loro, però.

The Drip – The Haunting Fear of Inevitability
Sporchi, grezzi, e fuori di testa quanto basta per piacerci: ecco cosa sono i The Drip, band proveniente da Washington DC, arrivata dopo tre EP al primo full-length, “The Haunting Fear of Inevitability”. Trentadue minuti spaccati di piacevole brutalità, che scorrono lisci e secchi lasciando ben sazi, a suon di grind e death metal.

No Resolve – Unity
“Unity”, l’esordio discografico targato No Resolve, è un buon disco alt rock venato da un retrogusto nu metal davvero invitante per chi è cresciuto a suon di Shinedown e Papa Roach (oltre a rifarsi a tratti al lato recente più easy-listening dei Bring Me The Horizon). I ritornelli catchy e le melodie appiccicose vi riecheggeranno nel cervello per molto tempo (vedi “Love Me To Death” e “The Pusher”) ma come per molti act troppo legati al passato, l’innovazione non è di casa.

Gatekeeper – Quarantine
In un panorama già saturo fino all’inverosimile, ovvero quello del deathcore di stampo statunitense, si inseriscono i Gatekeeper con il loro ultimo lavoro, “Quarantine”. Ovvio che non siamo ai livello di Whitechapel e Carnifex, ma va bene così per il quintetto dell’Alabama. In fondo dalla loro hanno tutto il tempo del mondo, tecnica e soprattutto rabbia da vendere.