Red Hot Chili Peppers – The Getaway

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Mentre ascolto “The Getaway”, l’ultimo lavoro in studio dei Red Hot Chili Peppers dal lontano 2011, sento il profumo di quelle sere di fine estate al mare, quando le giornate iniziano ad accorciarsi e la malinconia per la bella stagione che sta arrivando agli sgoccioli e un nuovo inverno in agguato è lì, pronta ad assalirti da un momento all’altro.
No, non devo cambiare pusher e no, non sono finita in un wormhole tipo Donnie Darko, ma la sensazione che mi trasmette “The Getaway” è proprio questa: malinconia.

E se vogliamo dirla tutta, la metafora della fine dell’estate possiamo anche incollarla ai Red Hot: quando si è più vicini ai 60 che ai 20 anni, e si è (quasi) tutti padri di famiglia, diventa una necessità limitare gli eccessi da party boy e lasciare i surf appoggiati al muro. Ma anche cambiare sound. Ok che lo zampino di Danger Mouse si fa notare in più di una occasione (“Dark Necessities” e in generale la grande rivelazione del disco, il piano), ma proprio la scelta di un produttore diametralmente opposto a Rick Rubin (tanto per fare un nome a caso) è dettata dalla voglia di evolversi, e di dimostrare al mondo intero di essere qualcosa in più rispetto a pettorali scolpiti e musica nazionalpopolare.

Per questo motivo le sonorità di “The Getaway” non sono molto digeribili, almeno ai primissimi ascolti. I tre singoli estratti finora dal disco (la già citata “Dark Necessities”, la title track e “We Turn Red”) introducono il sound maturo dei Red Hot Chili Peppers: ritroviamo le costanti di sempre, ovvero ritmo e ritornelli accattivanti, ma senza il consueto mordente muscolare, se non per un paio di pezzi più tirati (vedi “Detroit” e “This Ticonderoga”) che nell’economia di “The Getaway” c’entrano un po’ come i cavoli a merenda. Proprio per la natura malinconica cui accennavo prima, sono i lentoni le vere punte di diamante dell’album (“The Longest Wave” è ben valsa questi cinque anni di attesa) e i pezzi funk-retrò che ti fanno sculettare anche da seduto (in “Go Robot” sembrano i Daft Punk, se questi ultimi sapessero suonare).

“The Getaway” non è un disco facile. Soprattutto considerando il precedente, “I’m With You”, che ha segnato uno stallo nella carriera del quartetto californiano, dal quale i nostri sono riusciti a riprendersi cambiando sensibilmente rotta, ma non convincendo molti. A tutti quelli che criticano i RHCP perché si sono rammolliti chiedo: “ve ne siete accorti solo ora?” Saranno per lo meno quattro lustri che non vanno più in giro con il calzino. E aggiungo: “ma voi?” Arrivateci a 54 anni suonati come ci sono arrivati loro. Poi ne riparliamo.

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