Ryan Adams – Prisoner

Ascoltare il nuovo disco di Ryan Adams ‘Prisoner’ vuol dire entrare dentro l’intimità dolorosa di un artista. Siamo accettati all’interno di una ferita, di una perdita, firmando il contratto che sempre si instaura con un artista e la sua opera di totale concessione e abbandono, assumendo le responsabilità della bellezza ma anche della sofferenza che ci trasmette e ci rimane attaccata come gocce di rugiada agli abiti in una mattina nebbiosa. Ryan decide di trasformare in arte l’episodio amoroso che lo ha visto divorziare dalla sua compagna e collega Mandy Moore, un episodio che suo malgrado è finito sotto le luci della ribalta in pasto ai cannibali della comunicazione che sono spesso molto più interessati al gossip che non alla musica. Ma Ryan è uno di quegli artisti talmente immersi nella loro arte da distruggere e assorbire i perimetri che la distinguono dalla vita di tutti i giorni, e ancora una volta con Prisoner ha dimostrato di potere e volere produrre senza tanti calcoli, inseguendo la fiamma dell’ispirazione anche se questa volta brucia davvero il cuore.

Lo avevamo lasciato con un buon disco di inediti nel 2014 intitolato con il suo nome, un chiaro segno di marcamento all’interno della sua prolifica carriera, ed il successivo e strepitoso album di rivisitazione ‘1989’, dove risuonava e cantava per intero la pietra miliare della attuale generazione pop di Taylor Swift. Avete mai sentito una delle tante cover live e in studio di Ryan? Ogni canzone che interpreta diventa una sua canzone con testo di altri, perché è in grado di vestire ogni nota di una patina personale che la rende sua. E’ come una vernice risplendente, e dopo pochissime note sai con certezza che stai ascoltando Ryan Adams. Prisoner non fa eccezione, porta i marchi della sua musica in tutto e per tutto.

Quel che distingue Prisoner nella lunga enciclopedia produttiva della carriera di Ryan è un tragitto concettuale tutto incentrato sul rapporto amoroso e la sua tormentosa fine, sulle ombre che lascia e sui ricordi che svaniscono. I testi di tutta la carriera di Ryan Adams sono spesso incentrati sui luoghi fisici. Il cuore è un luogo, all’interno del quale succedono episodi belli e brutti, battaglie e incontri, ma nei suoi testi troviamo anche molte pareti, case e stanze, strade e corridoi, abitacoli di macchine. Perimetri entro i quali le cose succedono e i sentimenti bruciano e si estinguono. Ora Ryan è prigioniero di una sofferenza, di un rapporto difficile da chiudere. Ma è anche prigioniero fisico di una casa piena di ricordi. Il potere resiliente dell’arte sta tutto qui, di creare qualcosa partendo da un’esperienza snervante e avvilente, nel tentativo di esorcizzarla in qualche modo, di marcarla come una chiusura per poter ripartire.

Così Prisoner parte da un lamento di fine amore, una domanda sussurrata ‘Do You Still Love Me?’ senza destinatario, perché il suo posto è già vuoto orfano di un abbandono. Succede tutto all’interno della mente di Ryan, dove noi siamo entrati ascoltando Prisoner. Il ritmo è incalzante e drammatico in questo primo pezzo, e come sempre siamo confortati da uno stile che rimane ineguagliato nel tempo. La title track arriva subito, una bellissima ballata che parla di un cuore intrappolato suo malgrado. Qualcuno se n’è andato portandosi via la chiave, causando un’immobilità sentimentale che tutti abbiamo provato quando una storia importante si è chiusa. Ritroviamo il tema della perimetrazione di un sentimento, di un’esperienza. Le canzoni di Adams sono delle scenette quotidiane racchiuse in un quadro con una sua cornice, e qui siamo nella cella di una prigione a guardare dall’esiguo spioncino da cui trapela un bieco raggio di timido sole, che ha il solo pregio di farci sognare una vita che è rimasta irrimediabilmente fuori, oltre le mura, irraggiungibile e perduta. ‘Doomsday’ è un country dove spadroneggia l’armonica e dove il lamento amoroso si trasforma in un ennesimo episodio ricorrente nelle separazioni, la patetica promessa al vento di un paradosso impossibile, l’eternità di un amore che invece è già finito in un apocalisse.

Ritroviamo le pareti domestiche in ‘Hounted House’, dove la marcescenza del nido amoroso porta alla coscienza di un esigenza di distacco, di rottura. Ogni ricordo è un pezzo della casa, una finestra, un soffitto. Tutto è scuro, maledetto, e ci spinge a lasciare il luogo che un tempo era colorato e pieno di felicità. Sono molti i richiami musicali e tematici al capolavoro in due episodi di ‘Love Is Hell’, e così ‘Shiver And Shake’ sembra uscita proprio da quel doppio disco. Il singolo ‘To Be Without You’ è una bellissima ballata, dolce e sofisticata, che mantiene le tematiche di questo concept album dell’abbandono. Qui il dolore della perdita è esplicitato in una lettera destinata alla parte mancante del cuore. La chitarra elettrica irrompe con ‘Anything I Say To You Now’ che si incentra sulla comunicazione verbale del distacco, e dichiara il gioco di specchi delle cose dette ma non pensate, dove tutto è una menzogna a parte la parola ‘addio’. Più raccolte ‘Breakdown’ e ‘Outbound Train’, acustiche e intense, che nel nostro ideale viaggio lungo i sentieri dell’abbandono rappresentano il distacco e l’allontanamento. Dopo una parte iniziale di residuato amoroso, di dolorosi ricordi di tempi perfetti e lettere senza più destinatario, una parte centrale di recriminazioni e amare disillusioni, arriva il terzo atto votato alla realizzazione della rottura. L’atto dell’allontanamento diventa un treno che svanisce, l’immagine di qualcosa che si rompe senza appello in ‘Broken Anyway’. Dopo un breve riflusso di ricordi ai quali aggrapparsi come ad una fune di ‘Tightrope’ si affonda definitivamente nelle sabbie mobili dell’indifferenza in ‘We Disappear’.

Prisoner è lo spaccato resiliente di un’esperienza traumatica vissuta da Ryan Adams che ha trasformato un abbandono in una tragedia musicale in tre atti, che porta l’ascoltatore a godere della sua solita musica di qualità ma con quel immedesimazione aggiuntiva che tutti provano nel racconto della perdita di qualcuno che amavamo e in qualche modo ameremo sempre tra le note dei nostri ricordi.