Thrice – To Be Everywhere Is To Be Nowhere

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Tutto è il contrario di tutto ed essere ovunque equivale a non essere da nessuna parte. “To Be Everywhere Is To Be Nowhere” è il nuovo album dei Thrice, dopo cinque anni di silenzio, il gruppo californiano torna a fare rumore con un sound cambiato, più raccolto, che potrebbe far storcere il naso ai fan del loro hardcore – così ispirato agli At The Drive In – che li ha visti crescere tra cambi di etichette e proventi delle vendite dati in beneficienza nel nome di un costante impegno sociale.

“Black Honey” è il primo pezzo dato in pasto al mondo musicale e il gruppo appare subito cresciuto, più articolato. La costruzione del pezzo richiama agli ultimi Soundgarden: una melodia cupa e una costruzione tecnica con vari livelli che coinvolgono a fondo l’ascoltatore. Una virata che convince, perché la fattura musicale è di gran livello pur mantenendo grande energia nelle chitarre distorte e nella voce di Dustin Kensrue, capace di urlare e allo stesso tempo comunicare e emozionare, sfoggiando una padronanza del timbro invidiabile.

Ora torniamo un attimo al momento in cui l’album inizia, con la bellissima “Hurricane”. Tormentata, comincia con un riff che riporta alle melodie dei Pixies, spunta un piano a creare atmosfera, e parte la distorsione a fare esplodere una melodia accattivante, che la linea vocale accompagna e completa componendo uno degli inizi meglio riusciti nella discografia della band. Proseguiamo con l’immagine di sabbia e strada sporca di sangue, in un inno furioso contro la violenza in “Blood in the Sand”. In “The Window” il riff iniziale fa pensare ad una parola: Radiohead. Il ritmo è ossessivo, sincopato. Ma attenzione: il ritornello nasconde una sorpresa di melodia nella migliore tradizione alternative, maestoso e granitico. Nel complesso le varie componenti si amalgamano in un pezzo di pregevole fattura, di atmosfera, ma potente e cantabile. L’incedere non rallenta e il livello non solo non ha cali, ma ha un’ulteriore impennata in uno dei migliori brani dell’album: l’impressionante “Wake Up”. Si poga al ritornello, si canta. Il lavoro alla chitarra di Teppei Tiranishi è fantastico. La canzone è una secchiata di acqua ghiacciata in faccia. Il finale è da urlo, svolta nello stoner con un riff che rallenta e diventa di pietra e riparte veloce sotto le urla di Dustin.

In “The Long Defeat” i toni si fanno più leggeri, quasi da ballata Indie, e richiama le tonalità di Brian Fallon dei Gaslight Anthem. A riprova del fatto che i Thrice hanno deciso di esplorare piani più alti della loro capacità musicale, si presenta a metà tracklist “Seneca”, che parte con un riflessivo arpeggio di chitarra e sfuma quasi subito, dopo appena trenta secondi, da anticamera alla già citata “Black Honey”, dove le atmosfere si fanno cupe, le tematiche dissonanti, tetre, mentre ricordano gli umori di band come Alice in Chains e come detto, degli ultimi Soundgarden. I punti di riferimento svaniscono e ci si ritrova sottosopra con una ballad nel più classico senso del termine. “Stay with Me”, ballata anche nel titolo, rallenta e culla con la sua melodia e le sue parole di preghiera. “Vuoi stare con me, fino alla fine del mondo?”. Le tematiche non si aprono mai completamente alla speranza e al positivo, e subito arriva “Death From Above”, dove il tono torna all’alternative con un bell’arpeggio di chitarra che esplode in un ritornello pieno di rabbia e distorsione. La quantità di potenza ha un ulteriore aggiunta con “Whistleblower”, catartica nel suo incedere tormentato e urlato.

L’album non poteva non chiudersi con un’ulteriore sorpresa, una camera iperbarica per uscire da questo uragano noise e melodico: “Salt and Shadows”, una ballata malinconica dove un giro ripetuto di chitarra appoggia su se stesso la voce crepuscolare e raccolta che ricorda i Biffy Clyro di “Opposites”, che fa da commiato e lo lascia l’ascoltatore con la consapevolezza di avere ascoltato un album di grandissimo livello sonoro. Bentornati Thrice.

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