Volbeat – Seal the Deal & Let’s Boogie

volbeat-seal-the-deal-lets-boogie-recensione

Vi va un cocktail? Sedete pure, ne ho uno che è una bomba! Vi rivelerò gli ingredienti, giusto perché siete voi. Prendete un po’ di folk misto al country americanissimo e sensuale di Johnny Cash, il metal di maniera di stampo Metallica ed ecco fatto il nostro beverone Volbeat. I danesi, Volbeat. “Seal The Deal & Let’s Boogie” è il loro nuovo album, atteso anche qui in Italia dopo che un paio di anni fa hanno convinto il pubblico nostrano con un paio di riuscitissimi concerti.

Questo sesto album di studio si presenta bello corposo, con ben 15 tracce inedite. E sentite qua, tutte di grandissimo livello e tutte maledettamente divertenti. Buttate giù il primo sorso di quell’intruglio sgargiante e inizia un party irresistibile durante il quale non riuscirete a stare fermi, assaporerete ogni canzone incamerando la melodia dei ritornelli al primo passaggio e ritrovandovi a canticchiarlo già al secondo. Non lasciatevi impaurire dalla lunghezza del disco, sono tanti sorsi, ma ad ogni minuto che passa la mente si alleggerisce e le redini si sciolgono, lasciandovi una progressiva sensazione di felicità e energia.

Questo è il potere dei Volbeat, che già con l’anticipata “The Devil’s Bleeding Crown” hanno fatto intendere di volere consolidare il marchio di fabbrica, ma al contempo volere allargare le righe dei fan al loro seguito, condendo le cavalcate metal dai riff granitici e incalzanti con melodie irresistibili di presa immediata, veicolate dalla voce profonda e espressiva di Michael Poulsen. Il groove metal si fonde in maniera indelebile e deliziosa alla passione country e alla leggerezza ritmica rockabilly. Tra pantaloni di pelle e chiodi metal, spunta un ciuffo brillantinato e qualche lustrino. Buono il cocktail? Siamo solo all’inizio! Il riff di “Marie Laveau” è metal e suona serio e drammatico, ma la facciata nasconde un cuore di panna. Il ritornello ti prende al collo e diventi un bullo della provincia americana che canta una serenata alla finestra dell’amata nel bel mezzo di una landa polverosa con i versi di coyote che sferzano la notte desertica. E ancora sulla stessa dimensione si assesta “For Evigt”, anch’essa una ballata vestita da harleysta. “The Gates of Babylon” inizia esattamente come un pezzo degli ultimi Metallica, quelli di “Death Magnetic”, per intenderci. Ma ormai avete capito il gusto dell’intruglio e anche il retrogusto, vero? E infatti, eccolo il ritornello da urlare al cielo e mantenere nelle note celebrali ben dopo avere lasciato il bicchiere sul bancone.

Ora va bene giocare a nascondino, ma con “Let It Burn” i Volbeat lo ammettono, siamo dei teneroni. Siamo al cospetto di una ballata al 100%, nessun fronzolo e nessuna mossa Kansas City, qui si agita la testa di lato, e non su e giù. Ed è irresistibile, un perfetto singolo radiofonico, e lasciamolo bruciare. Lasciamo bruciare anche Danko Jones, che subentra come ospite in “Black Rose” con le sue ritmiche classiche energiche e con il suo timbro graffiante, facendo da apripista all’ennesimo ritornello spalanca cuore del disco, in un pezzo che mantiene sempre e comunque una carica al tritolo. “Rebound” è una cover di un vecchio pezzo folk e si sente, in questa balera popolata da motociclisti grandi e grossi e barbuti ma dal cuore d’oro, questa sala da ballo al cui bancone del bar state bevendo la vostra bevanda Volbeat. Il bicchiere si sta svuotando e un po’ vi dispiace, vero? Questa carica e questi buoni sentimenti creano dipendenza, e spiace sempre poggiare il vetro vuoto e il suo fantasma di divertimento per tornare a casa alle nostre vite ordinarie. Ma niente paura! C’è ancora qualche colpo da sparare, e che colpo!

“Mary Jane Kelly” parte subito con note suadenti, candidandosi come successore di un altro pezzo della band danese, “Lola Montez”. Anche questa scorre come miele caldo lungo la vostra gola e scalda tutto quello che trova scendendo verso lo stomaco, cuore compreso. Se “Goodbye Forever” è anch’essa molto piacevole ma non aggiunge niente all’armamentario fino ad ora mostrato, ecco il singolo “Seal the Deal’, e qui si picchia. Prendete una bella sorsata e assaporate tutta la carica alcolica, perché non più destra sinistra col collo, ma su e giù.

Un’altra cover e con “Battleship Chains” si entra di spiano in pieno terreno folk country, e immaginate la balera riempirsi in mezzo alla pista con balli di gruppo e di coppia, saltelli e gonne che si alzano, tacchi che picchiano in terra e urla divertite maschili e femminili senza distinzione. “You Will Know” richiama nuovamente i Metallica, ma in un pigiama party. È ancora una ballata travestita, e questa volta spunta l’animo più malinconico della band.

È un album veramente lungo, ma non stanca per niente, i piedi non ci fanno male e possiamo ballare tutta notte. Perché “The Loa’s Crossroad” è una vera cavalcata hard rock, forse la più classica e di genere del lotto. “Slaytan” è una pillola di puro groove metal, con chitarre compresse e midtempo da headbanging, che fa da carica esplosiva, se pur breve, per l’ultima ballata di chiusura, “The Bliss”, epica e dolce, la versione in inglese della già ascoltata “For Evigt”.

Qui si chiude, ragazzi, rimane la segatura in terra e qualche residuo umano accasciato fuori nel parcheggio da scavalcare per uscire. È triste la sala vuota, ma quanto ci siamo divertiti? Lasciate pure il bicchiere lì, pulisco io. E non fate passare troppo tempo prima di far rivedere la vostra brutta faccia.

Lascia un commento