Home Venice, o cronaca di uno scivolone annunciato

Ho deciso di prendermi più di 24 ore per parlare di Home Venice su queste pagine. E non solo perché ne ho già ampiamente parlato su altri lidi, e quindi molte delle posizioni che esprimerò da qui in avanti saranno molto simili per evitare accuse di bipolarismo, ma soprattutto perché parlare dell’edizione 2019 non è per niente facile. Non è facile perché bisogna raccontare la decima puntata di un festival che, salvo il passaggio dalla gratuità al biglietto a pagamento, ha visto una crescita più o meno costante nei suoi nove anni, dal punto di vista della lineup e di quello delle presenze.

Non facciamo tanti giri di parole: Home Venice 2019 non è andato bene. I toni del comunicato stampa, che elogiano i 20000 presenti in tre giorni, sembrano slegati dalla realtà e non tengono conto di quanto sia accaduto realmente. Poteva andare veramente peggio, e leggendo il buzz della Rete degli ultimi quindici giorni in molti si aspettavano una debacle molto più sonora, ma non si può parlare di un grande risultato, ecco.

Ed è fin troppo facile puntare l’indice contro la lineup del festival, croce e delizia sin dal primo annuncio. Per quanto potesse essere interessante e coraggiosa la scelta artistica di questa edizione, che sembrava strizzare l’occhio al “new normal” primaveriano di quest’anno, lo scontro con il “paese reale” è stato sonoro: il gioco di mettere i Bloc Party, Aphex Twin e Paul Kalkbrenner come headliner di una rassegna, integrando con nomi validi come Pusha T per citarne uno a caso, è una formula che può funzionare in un paese maturo dal punto di vista musicale, e in ogni caso non avrebbe potuto portare, nella più rosea delle ipotesi, un pubblico superiore ai 10k giornalieri. La realtà è che in Italia il pubblico medio, quello che ti permette di fare i grandi numeri, si muove per i festival a patto che l’headliner sia un nome grande come una casa, vedi Foo Fighters o Imagine Dragons per fare due esempi. Una cosa sulla quale si è scontrato lo stesso Home Festival alcuni anni fa, quando per i Duran Duran ci fu il pienone e per i Bloody Beetroots, che si esibirono poco dopo, ci fu il deserto dei Tartari. Sulla cancellazione di alcuni artisti, tra i quali il già citato Aphex Twin, è difficile dare giudizi senza avere carte in mano, la cosa certa è che una cosa già potenzialmente zoppa è stata azzoppata ancora di più, decretando di fatto ancora prima di iniziare quello scivolone citato nel titolo.

Rimane il fatto che Home Venice presenta alcuni punti di forza per il futuro, il più potente dei quali è proprio la città di Venezia, un nome dal richiamo così enorme che fa tranquillamente pensare che, di fronte ad un bill di sicuro valore, l’affluenza può tranquillamente superare i numeri delle passate edizioni. Un’affermazione forte, certo, ma basti pensare che pur di fronte ad un cartellone non esaltante la presenza di stranieri c’è stata e anche ben più visibile rispetto al passato. Non sono da meno inoltre i collegamenti frequenti con il centro città e l’apertura di una nuova struttura ricettiva in pieno centro che permette di ottenere alloggi discreti a prezzi popolari; un volano per il centro storico ma potenzialmente anche per altre attività come Home Venice.

I momenti di musica chiaramente non sono mancati e se la trap italiana ormai si sta rivelando sempre più una bolla utile giusto per farti scopare (cit. del Vate) e una derivata di quanto fatto da Bello Figo senza il fattore LOL, e viene asfaltata dal primo drop del dj di Young Thug, il rap nazionale si dimostra ancora in grande salute con l’incazzato Noyz Narcos e Guè Pequeno e con Massimo Pericolo che è una bomba già esplosa. Molto meglio altre cose dall’Italia, come ad esempio in rigoroso ordine sparso Vettori e il suo electropop a tinte ironiche, Angelica, che dopo i Santa Margaret ha tutte le carte per correre da sola alla grande, o i Twee, dei quali ne parliamo bene perché meritano e non perché l’unico componente di sesso maschile ha militato in passato su questi lidi.

Gli stranieri hanno mostrato questa marcia in più, e se gli Editors sono la solita certezza live e i Rival Sons hanno portato quella ondata di hard rock che è stata l’unica scintilla di un intero weekend, LP e i Bloc Party hanno surclassato ogni concorrente. La statunitense è ormai lanciata verso la stratosfera, mentre i britannici sono scesi appositamente dal Regno Unito (attualmente sono in tour da quelle parti) e hanno suonato tutto “Silent Alarm” con un encore fatto per l’acclamazione di un pubblico ridotto nei numeri ma caloroso più del pubblico del Maracanà.

Home Venice 2019 è stato un sonoro passo falso ed affermare il contrario è una mossa coraggiosa. Di ferite da leccare ce ne sono diverse, ma pur di fronte ad un’edizione difficile i punti di forza per chi ragiona nel medio periodo sono diversi ed interessanti. Ed è su questi che è necessario puntare per rialzarsi e andare avanti.

Nicola Lucchetta – foto di Enrico Dal Boni