Kesha vs Dr. Luke, perché non serve essere fan per sostenere #FreeKesha

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Sono incazzata nera“. Così inizia il post di Lena Dunham su Lenny, così inizio il mio post.
Partiamo subito da un presupposto molto importante: non sappiamo cosa sia realmente accaduto tra Kesha e Dr. Luke. Possiamo decidere a sensazione da che parte stare, possiamo informarci, possiamo leggere ma, come per tutti i casi del genere, la verità la sanno solo loro due.
Io ho scelto di stare dalla parte del movimento #FreeKesha, a prescindere dalla presunta violenza, a prescindere dalla verità. Molti penseranno che lo faccio perché sono una donna, ma no. L’ho scelto perché vorrei che, se una donna decide di non lavorare più con un uomo perché per qualche motivo non si sente più sicura, possa scegliere di farlo, anche se c’è un contratto di mezzo. Vorrei che una casa discografica come la Sony prendesse in considerazione l’idea di fare da mediatrice e di accontentare la persona scontenta, di aiutarla, e non di fare da carnefice mettendo gli interessi lavorativi davanti alla salute mentale e fisica di una persona. Perché sono più che sicura che se i generi sessuali fossero invertiti, non staremmo qui a parlarne perché la storia si sarebbe già chiusa con la vittoria dell’accusatore. Perché trovo assurdo che la parola di una donna venga messa in dubbio in questo modo quando decide di portare a galla una verità così pesante, e che la prima domanda che la gente si ponga sia “eh ma allora perché non lo ha detto prima?“. Ci sono cose che, evidentemente, non tutti riescono a capire. Il fatto che qualcuno abusi del tuo corpo, della tua persona o anche solo della tua mente è un qualcosa di così sconvolgente che è già parecchio difficile ammetterlo a se stessi, figuriamoci ammetterlo di fronte a tutto il mondo. Sai perfettamente che attirerai delle occhiate, che ti tratteranno come “quella che”, cosa che infatti sta succedendo, come da copione. Ma noi donne non siamo delle mamolette e quando non ce la fai più preferisci affrontare tutto questo che restare nelle mani di chi non ti tratta come meriti. Si chiama, semplicemente, coraggio. Perché quelle donne non parlano subito? Perché al mondo esiste gente come voi, che pensa alla bugia prima di pensare alla verità. Trovo assurdo che si possa inventare di aver subito una delle cose peggiori che una donna possa subire solo per un capriccio, che una donna porti avanti una battaglia del genere per due anni, che rinunci alla sua carriera, al suo lavoro, solo perché vuole screditare a caso un uomo. Perché pensate che cosa assurda: noi donne non abbiamo bisogno di inventare delle storie per mandarvi a cagare. Trovo meno assurdo che un uomo, scoperto con le mani nella marmellata, neghi per non perdere tutto quello che ha.

Io non sono una fan di Kesha, anzi: ho sempre preso in giro la sua scarsa igiene. Sì, ho sculettato parecchio alle feste con “Tik Tok” e sulla porta della mia camera c’è un cartello con scritto “but the party don’t start ‘til i walk in” (come se fosse vero, poi), ma il fatto che lei non abbia più fatto musica non mi fa di certo piangere dalla disperazione. Mi fa piangere, però, vederla piangere. Vedere che non può liberarsi di un uomo che la terrorizza, di un uomo del quale non si fida più, e che nessuno la aiuti a farlo. E mi fa piangere che qualcuno pensi che lo stia facendo solo perché le serve una scusa per lavorare con qualcun’altro. Kesha, per questa storia, il lavoro lo ha accantonato tempo fa, e non tutte le donne possono permetterselo.

Kesha ha sempre regalato al mondo del pop la sua immagine sfacciata, svergognata, svestita. Questo è ciò che fa sì che non venga presa in considerazione.
Qui non stiamo davvero parlando di chi ha ragione e chi ha torto, qui stiamo parlando del fatto che lui, uomo, è stato accusato di stupro e continua a vivere la sua vita e a fare il suo lavoro senza il minimo problema mentre lei, donna, che è quella che ha accusato, si ritrova a sentirsi dare della bugiarda, a non poter più fare musica. Anzi, il risvolto assurdo è che le hanno detto “ma certo che puoi ancora lavorare, con Dr. Luke, sei tu che hai scelto di non farlo“. Kesha non chiede che quell’uomo venga perseguito legalmente, perché lei di quelle molestie non ha prove, ed è questo che rende tutto più difficile. Come fai a provarlo? La tua parola contro la sua. Casualmente la sua è quella di un uomo e viene ascoltata. Adesso facciamoci tutti una domanda: se la storia fosse al contrario, staremmo qui a parlarne? Se un artista uomo dichiarasse di essere stato violentato da una produttrice donna, qualcuno metterebbe in dubbio la verità della storia da lui raccontata? No perché mi permetto di ricordarvi solo due nomi: Chris Brown e Rihanna.
E allora io trovo assurda quella sentenza, e trovo assurdo che a deciderla sia stata un giudice donna, perché già mi fa schifo dover dire “giudice donna” e non per esempio “giudicessa”. Trovo assurdo che non sia possibile rescindere un contratto perché sono solo parole. Assurdo che si pensi che puf, via, allora paga quanto devi pagare e ricomincia tutto da capo. L’immagine di Kesha che scoppia in lacrime in tribunale dopo la sentenza è una fotografia di quello che siamo: un mondo in cui veniamo costantemente schiacciate, in cui se non parliamo è colpa nostra ma se parliamo è colpa nostra uguale.

La storia di Kesha fa schifo a prescindere, proprio a livello umano, e mi piacerebbe vedere più uomini schierarsi a suo favore. Se sei donna, però, te la vivi ancora peggio, perché ancora una volta sono riusciti a farci capire che il sessismo esiste, che le donne e gli uomini non sono sullo stesso piano e che se continuiamo così non lo saranno mai. Tutte le artiste donne che la stanno supportando sanno bene che e è un fenomeno che le tocca in prima persona, non è un donna supporta donna solo perché entrambe sono donne, è un donna supporta donna perché la donna sa che in determinati mondi – e quello musicale è uno di quelli – alzare la testa vuol dire perdere tutto quello che si ha. E questo è ciò che mi rende incazzata nera.
Forza Kesha, siamo tutte con te.

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