Noi, gli amanuensi del rock

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In un vecchio film, un ragazzino piomba trafelato dentro un libreria. Il padrone di casa, tal sig. Coriandoli, chiede al bambino da cosa stia scappando. Dai bulli, dice. Beh, ora è in una libreria, non è un posto per bambini, vattene. Il bambino, indignato, risponde: io li leggo i libri, ne leggo a decine! Il sig. Coriandoli… ah, l’avete riconosciuto “La Storia Infinita”, eh? Comunque, il vecchio libraio dice a Bastian: sì, certo, ma i tuoi libri sono innocui. Tu leggi “Ventimila Leghe Sotto i Mari”, ma non sei mai veramente disperato perché la piovra gigante sta per mangiarti. Non sei mai veramente sicuro di morire, se stai per venire divorato da una tigre ne “Il Libro della Giungla”, non senti veramente il sapore del vento su una mongolfiera che ti porta a fare il giro del mondo. Innocui, libri innocui.

Ora lasciamo la libreria del mondo immaginario di Michael Ende e entriamo in quello che più ci interessa, il mondo della musica. La musica che ascoltiamo è innocua? Venite, andiamo nel reparto vinili. Lo ricordate questo posto, qualche anno fa? Vuoto, desolato, un sito archeologico abbandonato, pieno di polvere, dimenticato. La musica aveva ormeggiato nell’infinito, immenso mondo del web, con il suo spazio illimitato: accesso per tutti e a tutto. Il supporto era diventato superfluo, ingombrante. Ad andarsene per primo è stato il nonno di tutti i supporti, il vinile, appunto, poi stessa sorte per la musicassetta ed infine il compact disc. Un tasto e potevi avere tutta la musica che volevi, e niente più pile e pile di plastica accatastate lungo pareti di un passato che non ci mancava.

È successo qualcosa però in questi ultimi anni. La moda ha cominciato a guardarsi davanti senza vedere nulla, a guardarsi intorno senza riconoscere niente, fino a voltarsi e ricordarsi cosa fosse la vera bellezza. Ed eccoci ora, nel reparto dischi rinato, sfolgorante, pieno di colori. Però immaginate la faccia occhialuta del sig. Coriandoli che vi fissa, dito ammonitore puntato verso il vostro naso a dirvi: questi dischi per voi sono innocui. Perché non è cambiata la musica che contengono lungo i solchi, siete voi a non essere gli stessi ascoltatori per i quali sono stati concepiti ai loro tempi. Perché il nostro ruolo non è quello di vivere quella musica, ma quello di amanuensi. Non storcete il naso così, io sono solo un libraio che punta il dito al vostro naso.

Tenterò di non dipingere un ritratto della nostra generazione troppo disincantato e se così sarà, me ne scuso. L’operazione di fermarsi e guardare la propria condizione da un punto di vista esterno è un lavoraccio quasi mai piacevole, per questo lo fanno in pochi. È come guardare il proprio io allo specchio, cosa dura (si ok, la finisco con “La Storia Infinita”), ma è l’unico modo per capire, per dare una posizione della propria caratura sociale e culturale all’interno del cammino della musica. Amanuensi , noi compriamo i dischi per ricordare, per tenere vivo non uno spirito ma una sua fotografia.

Compriamo le magliette, i biglietti per vedere gruppi che sono loro stessi duplicati del proprio mito, riproponendo canzoni e gesti che non hanno più significato. Ascoltiamo i Led Zeppelin, li ascoltiamo parlare di sesso, ma per noi l’emancipazione sessuale non è una barriera distintiva, non è un tabù che ci fa infiammare le guance e bruciare nel profondo delle nostre pulsioni dando alle note e a quel rock una potenza dirompente, da far sudare, sanguinare le iridi, impossibilitare a tenere fermo qualsiasi arto del corpo. Così la rabbia, quella dei Pink Floyd, contro qualsiasi figura paterna e autoritaria, contro gli insegnanti e la classe dirigente. La nostra generazione non ha contrasti così viscerali, gli insegnanti hanno poco da insegnarci, sappiamo già tutto e abbiamo accesso a tutto il sapere esistente (se solo lo volessimo, chiaro), mentre i modelli di vita da tramandare sono ormai dei granelli perduti della sabbia del tempo. La classe dirigente non ha più un volto, nemmeno un’immagine ben chiara.

Intendiamoci, siamo fottuti ogni giorno oggi come allora, ma abbiamo perso quel posizionamento ‘contro’, soli contro uno schieramento di figure scure e incappucciate con i loro lacrimogeni, noi soli armati di passione, di rock. Gli AC/DC si imponevano deridendo la loro posizione di appartenenti alla classe media, con quella figura prettamente maschile e mascolina del duro ammorbidito solo dal sesso, quello buono, ma che ora vediamo girare il mondo con l’alfiere del glam rock, Axl Rose.

https://www.youtube.com/watch?v=_xvTmpc4eX4

Allora dove stiamo noi, dove dobbiamo posizionarci? Diamine, nemmeno le nostre droghe sono le stesse che facevano visionare stupendamente Frank Zappa o i Beatles o i T-Rex. Le loro visioni le ascoltiamo, ma non le vediamo. I vinili sono tornati a colorare i nostri scaffali, ma la musica che contengono la prendiamo da Spotify, da iTunes, dalle piattaforme su internet, che appiattiscono e standardizzano tutto, e mentre ascolti gli Who ti strombazza improvvisamente nelle orecchie la pubblicità del nuovo disco dei Modà, o della compilation estiva per sentirti anche a casa nei locali più cool della riviera romagnola.

Andiamo solo indietro, dice una band attuale, i Tame Impala, ma che fa della nostalgia il suo motore propulsivo. Una serie come “Vinyl”, prodotta da Scorsese e Mick Jagger, apre una finestra nel tempo a quell’era di furia diretta, di genialità musicale, che già nella metà degli anni ’70 cominciava a venire morsa dal cancro della standardizzazione in nome dei profitti e che si è evoluta fino alla situazione attuale, dove le case discografiche mettono sotto contratto gruppi imponendogli quattro, cinque dischi, come se la creatività fosse una slot a monete. Guardiamo indietro perché ci piacciono le copertine, i colori, gli sguardi nelle foto di quegli eroi che hanno una potenza e un ardore che noi possiamo solo immaginare senza mai raggiungere la loro consapevolezza, semplicemente perché non possiamo.

Quelle note, quegli occhi delle rock star hanno dietro guerre dove amici stavano morendo, lotte sociali che valevano un concetto che oggi abbiamo perso, quello di libertà, qualcosa per cui vale la pena morire, e che oggi invece uccidiamo noi stessi quando banalizziamo insensibili il dramma dei rifugiati di guerra. Il mondo sta diventando una fornace, le piogge furiose affogano le nostre ipocrisie, le amicizie sono effimere come i nostri interessi nelle arti e nell’umanità, i nostri confini sono scomparsi sulla tastiera ma al tempo stesso si sono adagiati sopra la nostra pelle come un sudario bianco che ci separa dalla felicità, quella vera, quella che si vede nei giovani di allora che urlano al cielo ricoperti di fango, in chitarre infiammate sui palchi, in giovani nudi adagiati sui prati dei festival che hanno fatto la storia.

A noi è stato dato il compito di preservare quello spirito, di ricopiarlo immaginandolo, mentre esce dalle cuffie in un manto fuso che ci scalda le viscere, che ci infiamma i nervi guardando quei volti che furono. Questa passione è dettata dal piacere, dal senso di colpa per non avere un posto nella storia, per appartenere ad una generazione rappresentata da una situazione musicale che ci umilia, ci fa sentire figli di un popolo inferiore. È qui che deve nascere la nostra rivalsa, il nostro contrasto. È già successo negli anni ’90 e deve ritrovarsi, quella rabbia contro una situazione di non consapevolezza, di non consolidamento, la volontà di non riconoscersi in questa generazione musicale e di rompere, creare una breccia dalla quale far entrare la luce.

Tutto questo lavoro di amanuense, di riscoperta, deve avere l’obbiettivo di prendere in prestito quella furia di non soggiacere a un destino imposto dalla mediocrità che ci rende innocui, come i libri di Bastian. Noi dobbiamo essere pericolosi, per le case produttrici che ci dicono cosa ascoltare e come, che ci costringono ad ascoltare musica che ci rimpicciolisce, ci ridimensiona. Guardate gli occhi di Robert Plant, come ci guardano. Guardate lo sguardo dietro le lenti tonde di John Lennon, ci giudica in bianco e nero; in colori sgranati, Bon Scott ci deride; David Bowie ci osserva di sbieco e si chiede dove vogliamo arrivare, se vogliamo raggiungerlo su Marte o se vogliamo rimanere così piantati in terra, a guardare indietro senza muoverci in avanti, ammonticchiando vinili sugli scaffali che ci urlano di riempire i polmoni e dire quello che ci passa per la testa, senza pensare come dirlo o a chi. Dire tutto, a tutti, sempre. E fanculo.

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