La voglia di reunion del pubblico del rock è la prova che la musica attuale non ci soddisfa per nulla?

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Questa spasmodica voglia di reunion del pubblico del rock è la prova che la musica attuale non ci soddisfa per nulla? È una domanda lecita, visto il proliferare di ricongiungimenti, dietrofront di artisti che per decenni hanno giurato e spergiurato che mai, per nessun motivo al mondo, avrebbero fatto pace con il proprio compagno di gruppo, o con la propria etichetta, che mai e poi mai avrebbero ricongiunto il proprio nome e la propria arte a quei nomi così ingombranti che tarpano le ali della creatività di una carriera solista o di un altro progetto più consono alla propria anima musicale. Artisti che hanno voltato le spalle al meccanismo tritatutto dell’industria musicale si vedono tornare a capo chino in mezzo alle insanguinate rotelle che mangiano tutto quello che possono finché possono.

Dopo la recente notizia che ha riportato l’ennesimo rifiuto di Robert Plant alla reunion più desiderata di tutti i tempi, quella dei Led Zeppelin, buttando nella spazzatura del mito decine e decine di milioni di dollari, mi viene da chiedermi con quale occhio vedere tutte le altre band che tornano sui palchi calpestando valori autoimposti, cavalcando apocalittici destrieri neri dell’ipocrisia musicale. Se vogliamo (e vogliamo!) vedere il gesto di Plant come uno degli ultimi singulti dello spirito del rock, quello vero, allora per contrasto dobbiamo giudicare tutte le reunion in atto, e sono molte, come l’esatto opposto. Come la morte dell’anima vera del rock, il motivo stesso della sua esistenza. Quello di rottura degli schemi, quello che se ti dicono di andare a destra vai a sinistra, quello che se ti offrono dei soldi per essere ciò che non sei ci devi sputare sopra e urlare se possibile più forte di prima quello che vuoi dire, che devi dire, possibilmente dando fastidio al maggior numero di persone. Facendoti amare da molti, e facendoti odiare da altrettanti.

Plant si sta facendo molti nemici, i membri stessi della sua band gli danno del pazzo incosciente, ma forse sta solo cercando di rimanere coerente con se stesso e con quello che fa, tutti i giorni, che è quello di creare arte e di condividerla. Perché se un gruppo che inizia a muovere i primi passi nella musica ha l’esigenza di essere ascoltato dal maggior numero di persone possibile nel minor tempo possibile e può di conseguenza cadere nel sistema di standardizzazione promosso e perpetuato dalle grandi etichette musicali, chi ha passato una vita a muoversi tra questi specchi mentitori sa che per continuare ad avere passione per la musica è necessario trovare un senso a tutto quello che ti circonda. E il senso forse ad un certo punto smette di essere l’adulazione dei fan, viziati da anni a ottenere tutto quello che desiderano dai proprio artisti. Smette di essere i milioni accumulati vendendo dischi, ristampando cose già fatte. Forse alcuni artisti cominciano a vedere la presa in giro verso i propri fan ritorcersi contro. Ma Robert Plant è uno, una cellula benigna in mezzo ad un sistema malato.

Date un’occhiata alle line-up dei maggiori festival europei e oltreoceano. A Ottobre in California prenderà vita il Desert Trip, un festival rinominato “Oldchella” per la militanza di gruppi provenienti dal passato. E parliamo di mostri sacri come Neil Young, gli Who, Roger Waters, Rolling Stones, Bob Dylan e Paul McCartney. Un parco nomi che ti fa dubitare seriamente dell’esistenza di un’evoluzione di tipo darwiniano della musica e pone un’ombra qualitativa sulla musica contemporanea. L’esigenza di andare a rispolverare rockstar che hanno fatto il loro tempo è segno che i gruppi di adesso non riescono a soddisfare quello che noi chiediamo al rock?

Intendiamoci, le canzoni dei gruppi sopracitati sono immortali, come immortale è lo spirito che questi incarnano e ci hanno insegnato fin dai primi passi dei nostri ascolti. Ma tutto questo è inevitabilmente da rivalutare dal momento che i protagonisti tanto amati compaiono effettivamente sul palco. E hanno le rughe. I milioni accumulati in decenni di carriera non possono essere nascosti e non possono non sbiadire molti dei messaggi che la loro musica veicolava agli inizi. La domanda che un fan si pone di fronte a queste reunion è inevitabile come il tempo che passa: siamo qui davanti al palco, abbiamo speso un sacco di soldi per quale motivo? Per poter dire “io c’ero”, “il tour in cui i Black Sabbath hanno detto addio ai palchi, io ero lì”, “ho la maglietta dei Rolling Stones”, “ho il tag su Facebook al concerto degli Who”. Oppure “sono qui perché voglio entrare dentro una finestra del tempo e provare quei sapori, quei colori, quell’energia che vedevo negli occhi dei giovani di allora, in quelle foto sgranate, in quei video di bassa qualità che nascondeva le imperfezioni e le rendeva poetiche, essenziali e opportune”? Quelle imperfezioni ora sono diventate visibili e in primo piano, mentre tutto il resto è diventato sfondo.

È difficile trovare una reunion che dia un messaggio di genuinità, che porti con sé almeno uno dei principi di allora, di generazioni passate. Le persone cambiano e la musica con loro. La reunion più discussa del momento è quella dei Guns ‘n’ Roses, che sta raccogliendo milioni di dollari in tutto il mondo, un’operazione di sicuro successo commerciale come ampiamente previsto. Ma vedere immagini di Axl Rose e Slash uno di fianco all’altro fa uno strano effetto, dopo decenni di insulti reciproci, e sono lì a suonare musica che aveva un senso negli anni 80’ e adesso ne ha poco. Vedere questi protagonisti estrapolati dal loro tempo è come fare un pessimo fotomontaggio dai contorni masticati che dà all’occhio (e all’orecchio) una sensazione di artefatto, come se i colori delle sagome umane non coincidessero con le ombre e i colori del contesto, come un video fuorisincrono, il suono in un fastidioso ritorno in cuffia. Sa di falso, di impacchettato al solo scopo di vendita.

Questo tuttavia, alle migliaia di fan che accorrono ai concerti, interessa? In fondo in fondo, no. Perché quei personaggi sono dei totem, degli amuleti che stimolano i nostri sogni. Dietro a questo tipo di sguardo romantico e emozionale, le rughe svaniscono. Le note tornano magicamente al loro posto, i nostri canti sovrastano le stonature, i ritmi rallentati dal tempo e dall’artrosi, i toni abbassati da corde vocali logorate. Il rock è dentro di noi e lo è sempre stato. Chissà, forse ancora prima di nascere. L’album giusto, la canzone giusta al momento giusto lo hanno solo fatto esplodere, ma già era scritto nel nostro DNA, come il fatto di essere biondi o mori, alti o bassi, maschi o femmine. Ed è un nervo che ci accompagna al lavoro, a scuola, parlando con la persona che amiamo, litigando con un amico che ci ha deluso, esultando per una vittoria personale.

E vedere Mick Jagger che saltella sessantenne, o Ozzy che biascica cose incomprensibili, fanno quello che può fare un profumo per un ricordo, o una carezza per un sentimento. Ci accende, fa sentire vivi noi e loro. E se qualche colletto bianco, qualche vampiro della finanza usa queste passioni per guadagnarci… beh, si fotta.

https://www.youtube.com/watch?v=R3rGpCuxNso

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