Sottotono e Area Cronica: fare rap in Italia “before it was mainstream”

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Il rap in Italia oggi è uno dei generi di maggior successo. È sufficiente guardare le classifiche di vendita o le visualizzazioni su Youtube. Fedez, uno dei rapper dal miglior riscontro discografico degli ultimi anni, è stato non a caso chiamato in qualità di giudice a X Factor (giudice vincitore, per la cronaca). Potrei analizzare da un punto di vista artistico questo fenomeno oppure provare in qualche modo a schematizzare un paragone tra la “vecchia scuola” e le nuove leve del rap nostrano, ma non è questo il mio intento. Quella che sto per raccontarvi è solo la storia di un ragazzo cresciuto con un walkman nelle orecchie e i pantaloni della tuta tre taglie più larghe.

Il rap oggi scala le classifiche ed è in tutto e per tutto un genere sdoganato ma non è sempre stato così. La storia di cui vi parlo affonda le radici nella seconda metà degli anni ’90 in cui – giusto per renderci conto del contesto nel quale questo genere nel nostro paese muoveva i suoi primi passi – per comporre musica con il computer si aveva a disposizione, quando andava bene, un Pentium di prima generazione, se non un 486. I campionatori erano macchinari piuttosto ingombranti e costosi. Non c’era Internet, non c’era ovviamente YouTube o miliardi di webzine. C’era una sola rivista che si chiamava Aelle. Era la bibbia dell’hip hop italiano e per leggerla dovevi rompere le palle al tuo giornalaio di fiducia. Poi c’era anche Albertino su Radio Deejay e di questo dobbiamo rendergliene atto.

I dischi non si scaricavano o non si ascoltavano su Spotify, li ordinavi in un negozietto minuscolo di via Garibaldi a Torino perché era l’unico a farli arrivare direttamente dall’America. I cd c’erano ma i mixtape giravano ancora esclusivamente su cassette, che ovviamente al millesimo ascolto, erano più consumate delle mie Gazelle.

L’hip hop in Italia in realtà nasce qualche anno prima. Ci sono le posse e gruppi come i Sangue Misto o gli Uomini Di Mare, e personaggi ancora oggi presenti sulla scena (alcuni avendo cambiato totalmente genere) come Neffa, Dj Gruff, Bassi Maestro, Kaos One, Frankie Hi-Nrg. Poi ci sono due gruppi, su tutti gli altri, che valicano un muro invisibile ma resistentissimo. Il muro dell’underground, escono cioè dalle cantine e dai centri sociali (o forse sarebbe meglio dire, dai quartieri, dalle strade), e arrivano in radio e in televisione. Questi due gruppi sono gli Articolo 31 e i Sottotono.
(Prima di tutti in effetti c’è stato Jovanotti ma forse quella è tutta un’altra faccenda).

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Questo solo per dire che la storia, per essere raccontata bene, avrebbe bisogno di un sacco di tempo (o di spazio) e di ulteriori dettagli. Io però non volevo raccontarvi la storia del rap in Italia. Ricordate? Questa è il racconto di quel ragazzino con i pantaloni larghi, i capelli rasati, che alle scuole medie mentre tutti i suoi compagni cantavano sull’autobus della gita “Gli Anni” degli 883, in un angolo da solo ascoltava “Deluxe” dei Lyricalz.
Sì, è anche la storia di un disagio.
Quel ragazzino timido e isolato, ormai l’avrete capito, sono io. Piacere, Giuseppe, quasi trentenne ormai, Vercellese. Ora, dovete sapere che Vercelli e Novara distano poco più di 20 Km, fanno più o meno schifo uguale (a parte che noi abbiamo 7 scudetti e loro no) e nulla di queste due città si solleva minimamente da qualsiasi luogo comune sulla provincia italiana. Ecco, per il sottoscritto Novara per anni è stata vista un po’ come Los Angeles. La mia Los Angeles.

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Area Cronica Entertainment (il nome prende ispirazione da “The Chronic”, il primo album del produttore americano Dr. Dre, tra i fondatori della Death Row Records) è il nome di un’etichetta discografica fondata nel 1996, anno importante nella storia dell’hip hop mondiale poiché è l’anno in cui perde la vita Tupac Shakur (da lì a pochi mesi lo seguirà Notorious B.I.G.), ma non solo. Area Cronica è un mondo intero che non credo sarò mai in grado di descrivervi veramente in queste righe ma ci provo. Fondatori dell’etichetta sono i Sottotono (Tormento è calabrese di nascita, trasferitosi poi a Varese ed infine approdato a Novara), ormai al loro secondo album sono un nome che inizia a girare non più solo nell’underground. Irriducibili fan della scena della West Coast americana ne attingono a piene mani, al limite del grottesco, emulandone il flow, ma non solo. Cercano di replicare quell’idea di crew che è quasi una famiglia. Un legame di sangue che va oltre al semplice senso artistico. Certo, dall’altra parte dell’oceano abbiamo Tupac, Dr. Dre e Snoop Dogg che se la contendono con Notorious B.I.G., Puff Daddy e Mase. In Italia manca completamente quel background culturale che ha permesso invece in America la nascita di quelle esperienze. Poco importa, il gioco sarà anche ridicolo ma funziona.
L’etichetta è di base come detto a Novara (e ve lo giuro io per anni ho idealizzato il Blues o la Ca’ Vallotta come mete di pellegrinaggio) e annovera, oltre ai già citati Sottotono, i loro fratelli diretti Lyricalz, un duo formato da Fede e Dafa, Bassi Maestro producer amante della scena East Coast, Left Side, Sab Sista, Maku Go e Sardo Triba ovvero lo Snoop Dogg di Cagliari (Tormento non ha mai fatto mistero di ispirarsi mani e piedi a Tupac Shakur).

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In meno di 4 anni l’etichetta produce e pubblica dischi, mixtape e compilation (“Area Cronica.com”, “Nel Vortice Volume 1”, “2”, “3” e “4”). Un flusso continuo favorito anche dall’elevato numero di collaborazioni e featuring. Il senso di appartenenza è elevatissimo e si crea un vero e proprio slang ricco di termini e figure puntualmente rievocate nei testi. Il vortice che simboleggiava appunto il logo dell’Area Cronica, Forse No (“Se non hai ancora capito che il “forse no” è affermativo quando si tratta di stilo, Che te lo dico a fare!“, Che te lo dico a fare – Left Side), continui richiami al gangsta rap d’oltreoceano, al lusso e ad una visione edonistica della vita.
Non solo musica ma anche abbigliamento, con la Introw (“Mi scappi ormai da un pezzo, ti caghi quando vedi il mio marchio un cerchio con la “i” nel mezzo”, “Di Tormento ce n’è uno” – Sottotono).

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La fine dei giochi coincide con un episodio. Nel 2001 i Sottotono sbarcano a Sanremo, ormai dopo il loro terzo album hanno raggiunto una fama nazionale piuttosto diffusa al punto da potersi permettere di portare il rap e i suoni campionatori sul palco dell’Ariston. Il pezzo “Mezze Verità” viene accusato di plagio. Somiglia un po’ troppo a “Bye Bye Bye” degli ‘N Sync (La boyband di Justin Timberlake). Loro non la prendono particolarmente bene e per farla breve, vengono fatti letteralmente a pezzi da una scena mediatica troppo più grande di loro.
Chiedere a me riguardo al plagio è un po’ come chiedere ad uno juventino del rigore su Ronaldo. È stato più un errore di distrazione che un reale intento di plagio, completamente inconcepibile all’interno di una scena come quella dalla quale provenivano. Stilisticamente il brano segna anche una svolta per i Sottotono verso sonorità più soul, R’n’b e dancehall ma anche la loro fine.
Liberi tutti.

L’etichetta si scioglie e ognuno torna alla sua vita. Qualcuno ha continuato con la musica qualcuno no. Come in tutte le storie di questo tipo si dice che è stato bello finché è durato.
Quale sia stato il reale valore artistico di questo fenomeno di fine anni ’90 non saprei giudicarlo con onestà intellettuale e anche un gioco di analogie con le superstar del rap italiano di oggi sarebbe ridicolo e stupido. Non solo per le premesse che ho citato all’inizio di queste righe. Quello che penso è che vivere quegli anni è stato un qualcosa di unico, irripetibile e magico e che se oggi il rap è ai primi posti delle classifiche, forse un po’ di merito ce l’hanno anche quei ragazzi che 15 anni fa giocavano a fare i rapper, a Novara, a 20 km da casa mia.

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