Jeff Waters: “Puoi vendere una parte di anima al diavolo, non l’intera vita”

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L’inossidabile Jeff Waters porta avanti da trentun anni il progetto Annihilator con un entusiasmo e una determinazione da paura. Abbiamo intervistato il chitarrista in occasione dell’imminente pubblicazione di “Suicide Society”, il quindicesimo album della formazione canadese in uscita il 18 settembre 2015, che vede grandi rivoluzioni in line-up e il ritorno alla voce di Waters.

Com’è stato tornare a cantare dopo tutto questo tempo? Hai dovuto lavorare molto sulla voce?
Moltissimo. Quando Dave (Padden, alla voce dal 2003 al 2014, ndr) se ne è andato, non sapevo cosa avrei fatto. Ho sentito un paio di cantanti, ma poi ho pensato: “Ok lo farò io perché ho l’album praticamente già pronto e so esattamente cosa voglio”. Ma era davvero difficile seguire le orme di un buon cantante come Dave. E poi c’è da dire che non ho cantato per tanto tempo. L’ho fatto in tre album degli Annihilator, questo è il mio quarto alla voce. Ho sempre cantato live ma non mi piaceva molto, non ho mai trovato facile cantare e contemporaneamente suonare la chitarra sul palco. Inoltre non mi è mai piaciuto più di tanto il suono della mia voce. Mi sono detto: “Bene, se mai canterò ancora, farò del mio meglio”, e l’errore più grande sarebbe stato andare in studio a registrare subito dopo che Dave ha lasciato la band. Sono tornato indietro fino all’album “King of the Kill”, mi sono segnato le caratteristiche che non mi piacevano della mia voce ed erano tipo quattro o cinque. Per quanto riguarda gli aspetti positivi invece… ne ho trovato solo uno! Quindi ho deciso di prendere un po’ di lezioni di canto, per cercare di disfarmi di quello che non funzionava, e per lavorare su ciò che preferivo. Ho aspettato alcuni mesi prima di provare a cantare, non è stato un percorso né semplice né veloce. Dato che nei nostri quindici album abbiamo una valanga di canzoni, mi sono seduto al pc e ho depennato tutte quelle che proprio non riuscivo a cantare e me ne sono rimaste appena 35. Ma mi è andata bene perché tra questi pezzi ci sono tutte le canzoni che i fan vogliono ascoltare ai concerti. Anche per il nuovo album mi sento tranquillo con i pezzi che voglio suonare e cantare live.

E da dove prendi ispirazione per i tuoi riff?
Alcuni sono riff che ho inventato di sana pianta, ma penso che la maggior parte siano un collage di diverse influenze. La mia peculiarità sta nel modo di metterle insieme. Dentro ci puoi sentire Metallica, Judas Priest, Iron Maiden, Exodus. Ci saranno qualcosa come 40 band che appaiono come dei fantasmi in ogni nostro album. Queste influenze più che un tributo sono un feeling che hai ascoltando gli Slayer quando hai 16 anni ma che ti torna in mente a 40 anni mentre stai scrivendo una canzone che viene filtrata attraverso le vibrazioni degli Annihilator. La mia originalità sta nel modo in cui suono la chitarra e metto insieme tutte queste suggestioni per creare il mio sound personale.

In “Suicide Society” ci sono due canzoni diametralmente opposte, ma entrambe dal testo molto forte: “My Revenge” e “Every Minute”. Contro chi vorresti vendicarti e a chi rivolgi le parole: “Vivi al massimo ogni minuto prima che arrivi la tua ora”?
“Every Minute” musicalmente è molto diversa dalle altre canzoni, è heavy metal ma ha un intermezzo molto hard rock e sul finale un assolo che live potrebbe diventare interminabile. Le lyrics mi sono state ispirate da un documentario su alcuni malati di cancro, in cui si sente sempre dire che bisogna vivere giorno per giorno perché domani non potresti più esserci. In particolar modo quando sei più giovane dai tutto per scontato, e anch’io quando ero teenager non lo capivo. A volte ancora non riesco a ragionare nell’ottica di vivere alla giornata, ma ogni anno che passa lo capisco sempre di più e sono sicuro che sia così anche per molti altri. “Every Minute” quindi è una canzone diversa, che nasce da una storia molto delicata e triste. “My Revenge” invece come sound è strettamente legata al 1985. A metà del brano il tempo rallenta e si trasforma in un mix tra le canzoni più melodiche degli Annihilator e i Guns N’ Roses. Il testo si rivolge a un piccolo gruppo di giornalisti che hanno scritto cose assurde sul mio conto, senza dare nessuna spiegazione logica a queste loro affermazioni. Ok, posso non piacerti, ma almeno dammi dei motivi razionali invece di buttarla sul personale. “My Revenge” parla di essere ancora in giro a fare dischi e a suonare in tutto il mondo, a discapito di tutti i gufi!

Quali sono, oltre alla voce, le principali differenze tra “Feast” e “Suicide Society”?
Di certo l’utilizzo della doppia cassa solo quando strettamente necessaria, cambia molto le cose rispetto agli altri dischi perché dà molto più groove. Non è semplice thrash, ti fa venire voglia di muoverti e scatenarti di più. Insieme a Mike (Harshaw, alle pelli dal 2012, ndr) ho trovato il giusto compromesso: usare meno la doppia cassa e concentrarmi su beat differenti e funky. Sarà meno thrash, ma si sente maggiormente l’anima delle canzoni.

Gli Annihilator sono la band heavy metal canadese che ha venduto di più nel mondo, ma per assurdo avete più seguito in altre nazioni piuttosto che in Canada. Come mai?
Nel 1993 in Nord America, i Nirvana, i Pearl Jam e Alanis Morissette stavano spopolando. Il 99% delle band metal sono state licenziate, i club heavy metal chiudevano, è cambiato tutto. All’epoca ero sotto contratto con Roadrunner, mi hanno detto ti teniamo qui se cambi il nome della tua band e se inizi a suonare musica completamente diversa. Io ovviamente ho rifiutato. A volte puoi vendere l’anima al diavolo per una piccola parte, ma non puoi vendere la tua intera vita, il tuo lavoro e la tua reputazione. Alcuni l’hanno fatto e lo faranno sempre. Tornando a me, pensavo che la mia carriera fosse finita. Al mio terzo disco sono stato licenziato e ho pensato che avrei dovuto trovarmi un altro lavoro, ma il mio manager mi ha detto: “Perché? Ci sono tanti altri mercati oltre al Canada e agli Stati Uniti”. Quindi nel ‘94 ho lasciato il Nord America e l’anno dopo ho avuto successo con “King of the Kill” in Giappone e Europa, ma negli Stati Uniti e in Canada l’album non è stato pubblicato, e non siamo andati in tour. Molti appassionati di metal americani non sapevano neanche chi fossimo perché erano troppo giovani, e quelli più anziani erano incazzati perché non andavamo in tour nelle loro città. Semplicemente non era più il momento giusto per la nostra musica in Nord America.

Che cosa ne pensi del revival thrash degli ultimi anni?
Per alcune band si tratta solo di estetica, come indossare t-shirt dei Testament o dei Metallica. Ci sono gruppi più o meno buoni. E poi ci sono quelli che cercano di cavalcare l’onda. Ma la cosa positiva è che ora anche i ragazzi più giovani iniziano ad ascoltare le band storiche che le formazioni più recenti tentano di imitare. Comunque per fare thrash devi spendere un mucchio di tempo a suonare e fare esercizio, non è musica facile. Non è come negli anni ’90, quando bastava prendere una chitarra, tingersi i capelli di verde e saltare su e giù su un palco. All’epoca i ragazzi pensavano che per diventare musicisti di successo bastasse questo. Ora, per fare la musica degli anni ‘80, il thrash, devi essere bravo e provare un sacco, anche due ore al giorno per dieci anni se vuoi raggiungere certi livelli. Ma alla fine, che sia una mossa commerciale o qualcosa di genuino poco importa, finché suona bene e rappresenta la vera musica e porta bei ricordi alla gente.

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