Caparezza presenta Prisoner 709: “Bisogna sempre mettersi in discussione”

Uscito con Universal, “Prisoner 709” è uno specchio in cui Michele Salvemini – per i più Caparezza– si guarda dentro, scavando a fondo a tre anni dal fortunato e visionario “Museica”.
Amore e odio, libertà e prigionia “Prisoner 709” è un disco di contrasti. Un disco che ami o odi, come la musica: “Tutte le cose belle tolgono anche. I bambini tolgono tempo però li ami. Ho deficit di udito, mi mancano delle frequenze, si chiama acufene: questa è una cosa che la musica mi ha tolto. Questo album è rivolto verso di me e non verso l’esterno come ho fatto con la critica sociale, la politica o le opere d’arte altrui”.

Così Caparezza si apre spiegando gli scheletri tra le note di un disco epocale, che vede l’enigma già nel titolo “Prisoner 709”, meta di numerose interpretazioni che il cantautore di “Vengo dalla Luna” ha deciso di dissipare: “lo zero è il disco, anche graficamente ha la forma del disco. Il 7 e il 9 sono le lettere delle parole: Michele e Caparezza, libertà o prigionia, aprirsi o chiudersi, ragione o religione…sono tutte parole di 7 o 9 lettere. Inoltre questo è il mio album numero 7 ma potrebbe essere il 9 se contiamo i due demo fuori catalogo”.

Un disco che grazie a “Prosopagnosia“, primo brano contenuto in “Prisoner 709”, segna il punto di dove le note ti porteranno “in quel brano ho vuotato tutto quello che avevo dentro, poi l’album è venuto spinto. Mi passi un gioco di parole: una reazione a qualcosa cui volevo reagire”. Un disco sulla prigioniaMichele è prigioniero di Caparezza, che però è una guardia benevola. Dopo tanti anni mi sono sentito intrappolato in questa vita. Quello che faccio oggi non è altro che la rappresentazione visiva del disco e io sono al centro. Ci sono la gabbia del corpo, di una mancanza di fede, di serenità nonostante si faccia un lavoro privilegiato. Basti dire che in alcuni giorni posso svegliarmi quando voglio. Ti poni il problema di cosa non va: il mio reato è pensare sempre alle cose e quindi non me le godo tantissimo”.

Ma è solo scavando nell’animo di Michele che salta all’occhio il focus, perché in una certa misura la musica svolge una funzione – anche – salvifica “mi auto-analizzo attraverso le canzoni, la musica è catartica, salvifica. Molte sono nate da momenti brutti, sono curioso verso la materia ma, sia chiaro, non ho fatto un disco sulla psicologia. Voglio entrare però nel profondo e cerco di farlo. Bisogna sempre mettersi in discussione”.

“Ogni volta la scrittura risulta più difficile perché devi confrontarti con tutto quello che hai fatto e devi stare attento a non ripeterti. Alcuni pezzi vengono più di getto. Volevo un disco minimal, acustico, elettronico ma non ce l’ho fatta: nella mia mente quelle realtà non danno scossoni. Magari il prossimo sarà chill out. In passato cercavo i rumori, stavolta le sensazioni”. Si può definire un disco concept? “Solo nella misura in cui si intuisce che questo è un disco tematico di una situazione mentale”.

“Prisoner 709” (leggi qui la nostra recensione) è un disco complesso, per testi e incastri che obbligano il fruitore musicale a un ascolto più attento. È questo che segna la differenza e la linea. “Quando ero piccolo mi innamorai della Voce del Padrone di Franco Battiato, non mi arrivava nulla dei messaggi che mandava, chi invece era più grande comprendeva. Quindi si può far finta che le mie siano canzoni in inglese: quante volte ci piacciono eppure non capiamo nulla?”.