Intervista a Joan Thiele: “Quando penso a questo disco, penso ad un arcobaleno”

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L’abbiamo conosciuta prima con la cover di “Hotline Bling” di Drake, poi con i singoli “Save Me” e “Taxi Driver”. Quattro inediti e una cover – quella di “Lost Ones” di Lauryn Hill – più tardi ed eccolo l’atteso EP d’esordio autointitolato di Joan Thiele, uscito per Universal e presentato dal vivo al Market Sound di Milano venerdì 10 giugno 2016 davanti ad un’affollata platea di fan e addetti ai lavori.

Registrato tra Milano, Amburgo, New York e Los Angeles e prodotto da Andre Lindal, Anthony Preston, Farhot, Fabrizio Ferraguzzo e gli Etna, questo primo lavoro contiene più d’uno spunto interessante. Classe ’91 e una vita trascorsa tra Cartagena, Londra e Desenzano del Garda, Joan si muove con versatilità tra le melodie orecchiabili del pop, sonorità di matrice nu soul, atmosfere ispirate alla scena elettronica contemporanea e una vena cantautorale intimista dai toni caldi e delicati, confezionando un EP che tratteggia un universo creativo pronto a sbocciare.

L’abbiamo incontrata venerdì, poco prima che la grande macchina dei live, con cui quest’estate Joan sarà in giro per l’Italia assieme alla sua band, gli Etna, si mettesse in moto. Ecco cosa ci ha raccontato a proposito del suo esordio discografico.

Ci siamo, finalmente oggi esce il tuo EP d’esordio, un progetto al quale hai lavorato a lungo. In che periodo sono nati i brani che hai inserito nel disco?
Ognuno dei sei inediti ha un tempo un po’ diverso. La più vecchietta, “Rainbow”, ha un paio d’anni, “Taxi Driver” è nata solo un mese fa, mentre “Save Me” a dicembre. Comunque sono nate tutte negli ultimi due anni.

Quanto sono cambiati i pezzi nell’arco di questo periodo, in cui hai suonato anche molti live?
Tantissimo. È stato bello vedere come i brani si siano evoluti negli arrangiamenti suonandoli tanto dal vivo, una cosa fondamentale, che ci ha fatto capire la direzione che volevamo fare prendere alle canzoni. È stato anche molto interessante vedere quanto i pezzi siano mutati, poi, a seconda dei luoghi dove li ho registrati e delle relative produzioni.

Al disco hanno lavorato diversi produttori, portando una sottile varietà nei pezzi che lo compongono. In qualità di nucleo creativo quale volevi che fosse il minimo comune denominatore del sound di questo EP?
In linea generale mi piaceva l’idea che fosse contaminato. Per me il suono è fondamentale e non me la sarei mai sentita di registrare un EP chitarra, basso e batteria , non perché non mi piaccia questa formula, ma perché sentivo che questi pezzi avevano bisogno di colori e di una produzione che fosse tutta loro.

Com’è stato collaborare con questi nomi grossi della scena internazionale e non?
Incredibile! In particolare mi ha colpita moltissimo dj Farhot. È un personaggio pazzesco, che ha curato le produzioni di gente come Nneka, Selah Sue, per cui io quando l’ho conosciuto sono andata giù di testa, non mi aspettavo minimamente di poter essere considerata da lui e invece è nato un bellissimo rapporto. L’ho trovato super onesto musicalmente, che è la cosa più bella. Sai, quando incontri un produttore spesso capita che lui decida che il tuo brano deve essere un po’ secondo il suo stile, cosa che ci può anche stare, perché è il senso di andare a lavorare con uno specifico produttore, anche se molto spesso il risultato è lo stravolgimento del pezzo. Farhot, invece, ha avuto la delicatezza di capire fin nel minimo suono quello che doveva rimanere o meno nel pezzo, l’ha coccolato, ci ha messo questi archi, ma lasciando delle sfumature nei bassi un po’ alla James Blake, che magari sono impercettibili, ma ci sono, tutte chicchettine sottili, che a me piacciono moltissimo.

Hai spiegato più volte che per te cantare in inglese è una questione molto naturale, dettata dalla tua storia famigliare e artistica, ma ascoltando il disco si evince che l’internazionalità è una prerogativa proprio del tuo linguaggio musicale. Nei tuoi brani si sentono le influenze di Massive Attack, Lorde, Martina Topley Bird, Erykah Badu, Lauryn Hill e dell’R&B contemporaneo britannico. Da quali artisti ti sei lasciata influenzare nella ricerca del suono per questo EP?
Li hai già quasi beccati tutti. Lauryn Hill mi ha influenzata tantissimo e anche la scena elettronica inglese, magari sono minime percezioni ed è difficile accorgersi che sono una fan dei Little Dragon o dei SBTRKT, perché alla fine l’EP è chiaramente pop, però, a prescindere da quello che ne esce, sì, i miei ascolti sono quelli.

Nell’EP infatti hai inserito la cover di “Lost Ones” di Lauryn Hill. In che modo ci hai lavorato per portarla nel tuo mondo sonoro?
È un brano che amo infinitamente e avevo voglia di cantare proprio per la carica e l’energia che mi mette addosso. Ho iniziato a suonarlo prima da sola, poi coi ragazzi in saletta e quello che senti è il risultato molto naturale di quelle sessions, l’abbiamo registrata esattamente come l’avevamo sempre fatta.

“Heartbeat” e “Rainbow” sono due dei brani dell’EP che mi hanno più colpita, proprio perché rappresentano le due anime di questo disco, quella più contemporanea ed elettronica il primo e quella più acustica e classicamente cantautorale il secondo. Cosa li ha ispirati e che storia raccontano?
Sono entrambi pezzi molto importanti per me, perché sono nati in un periodo molto particolare della mia vita. “Rainbow” racconta i colori della mia mamma, che nella canzone immagino come un arcobaleno e le dico che mi prenderò sempre cura di lei e dei suoi colori. “Heartbeat”, invece, è ispirata alla Colombia, dove vive mio padre con la sua parte della famiglia, alle mie impressioni e sensazioni del periodo in cui ho vissuto là. In generale però sono dei racconti, in cui parlo di quella sensazione che provo quando arrivo in un posto e non mi sento a casa, ma poi mi sento a casa, vorrei rimanere, vorrei scappare, insomma un continuo non sapere come ci si sente, una sensazione di totale instabilità.

È una cosa che hai vissuto anche durante i tuoi peregrinaggi nei vari studi di registrazione in giro per il mondo?
Sì, se vogliamo si può vedere anche così, perché non è che ci sia un riferimento a un luogo preciso, ma quello di cui parlo nella canzone può essere anche un luogo mentale.

Parliamo di live, hai suonato recentemente al SXSW, che esperienza è stata?
È stato bellissimo suonarci, ma mi rendo conto che non parlo mai della mia performance, ma di tutto il resto, perché ho scoperto un sacco di artisti che non conoscevo, tipo Little Simz, una rapper bravissima, mi sono vista le CocoRosie in una chiesa presbiteriana, Anderson Paak, che mi piace tantissimo, e poi c’è stata anche l’emozione del mio concerto.

Che tipo di scaletta hai organizzato per questa sera e per il tour? Immagino che suonerai anche qualche cover oltre ai pezzi dell’EP. Oppure hai già del materiale nuovo?
Farò qualche cover e anche qualche brano inedito, visto che in questo periodo mi sono portata un po’ avanti e sto scrivendo tante cose, che sicuramente rientreranno nel prossimo lavoro che arriverà penso abbastanza a breve.

Puoi anticiparci qualcosa sul nuovo progetto?
Te ne parlerei volentieri, ma molte volte quello che fai poi si trasforma così tanto, che preferisco non sbilanciarmi.

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