Intervista a Marie and the Sun: la presentazione del primo EP

marie-and-the-sun-nuovo-epL’appuntamento era per giovedì 27 alla Santeria Paladini di Milano. Un luogo adatto per scoprire nuove realtà musicali interessanti. Questa settimana a presentare il loro primo EP eponimo c’erano i Marie And The Sun, selezionati tra i sessanta finalisti di Sanremo Giovani 2017, un duo giovane e molto interessante che partendo dalla Liguria, passando per Torino, si prepara a contagiare tutta l’Italia con la propria musica.
Per l’occasione ho fatto due chiacchiere con loro, dopo un concerto da tutto esaurito.

Ciao ragazzi, come prima cosa complimenti per il live e per il vostro EP di esordio! Io fino qualche giorno fa non vi conoscevo, ho ascoltato il vostro disco, ora il live, e mi avete colpito. Provate a raccontare a chi ancora non vi conosce come ci siete arrivati fino a questa data.
Giulia: Noi ci siamo conosciuti suonando in un’altra band, cercavano una cantante e così sono arrivata io!
Una classica band da paesino (della Liguria) che non è durata molto. Chiusa questa esperienza siamo rimasti noi due a provare a continuare a fare musica. Trovandoci in saletta abbiamo iniziato come sempre accade prima con delle cover di repertorio blues e soul e poi un po’ per volta abbiamo iniziato anche a scrivere pezzi nostri. Prima in inglese e poi in italiano. Abbiamo iniziato così a portare in giro la nostra musica in duo con un repertorio vario che ci ha permesso di suonare anche fuori dall’Italia, a Londra e Parigi. Tutta una serie di esperienze che ci hanno poi portato a pensare e ovviamente realizzare questo nostro disco di debutto, cantato interamente in italiano.

Ci sono state molte evoluzioni nella vostra musica che per natura essendo chitarra e voce potrebbe prestarsi a diventare qualsiasi cosa. Come è andato il passaggio dalla saletta prove poi allo studio di registrazione?
Giulia: Le influenze sono molte, dall’indie rock, brit pop a tutta la musica black, soul, ecc. Il passaggio più difficile è stato proprio legato alla scrittura in italiano, una lingua difficile da collocare dentro certe ritmiche e anche da fare accettare in uno stile musicale come questo.

La vostra idea di come rendere la vostra musica poi su disco era però già piuttosto chiara?
Giulia: Sì e no. È stato un lungo percorso di maturazione passato attraverso crisi, scarti e molte difficoltà. In Italia manca il confronto, un riferimento forte cui attingere. Anche a livello di produzione non è stato facile trovare qualcuno che ci capisse.
Francesco: Poi nel corso degli anni comunque ci si ingegna e abbiamo iniziato anche noi a imparare ad usare i software per la scrittura in modo da arrivare in studio con dei provini più definiti. Incontrare Dub (Natty Dub dei Funk Shui Project) però è stato importantissimo perché ha lavorato esattamente come ce lo aspettavamo viaggiando sulla nostra stessa lunghezza d’onda.

Avete già in mente quindi quale sarà lo vostra prossima evoluzione musicale?
Giulia: Sì, abbiamo già scritto altri pezzi anche in inglese. Noi ascoltiamo molta musica anche e sopratutto Pop, radiofonica. Ci piacerebbe evolvere la nostra musica sempre di più con un respiro internazionale in un certo senso.
Francesco: Diciamo che potrebbe crearsi un ibrido tra qualcosa di ancora più suonato e paradossalmente più elettronico, rispetto ad ora.

Visto che avete sollevato l’argomento, azzardo una provocazione: in Italia abbiamo sempre un po’ sofferto una crisi di personalità, dire che un prodotto suona “internazionale” è da sempre uno dei complimenti più ambiti per chi fa musica in Italia, noto però che negli ultimi anni il livello anche qui da noi si sia notevolmente innalzato con prodotti di qualità, faccio due esempi su altri M+A e Joan Thiele.
Francesco: Secondo me hai fatto due esempi perfetti. Sia M+A che Joan Thiele, che tra l’altro conosciamo da anni, ci piacciono molto e riconosciamo nelle loro produzioni un suono veramente di livello internazionale. Però cantano entrambi in inglese. Cioè mi spiego, ci sono dei producer italiani fortissimi anche all’estero o prodotti come Any Others, Brothers in Law che fanno i tour all’estero però ecco, cantano tutti in inglese!
Sono esempi calzanti perché a livello di sound oramai non abbiamo più nulla da invidiare però sarebbe bello trovare casi del genere anche con un cantato in Italiano.

Rilancio allora, così apriamo anche un nuovo discorso. Vi faccio un altro esempio di un prodotto con un sound molto internazionale ma con un cantato in italiano, sanremese, uscito da un talent: Francesca Michielin.
Francesco: Hai ragione e infatti ci piace molto. Il problema secondo me è un po’ di abitudine nell’ascolto. A volte non si riesce a catalogare bene per colpa del testo. Se non fai cose strane allora non sei indie. Cioè o sei cantautore o sei indie oppure non esisti a meno che non esci da qualche talent o comunque da una produzione mainstream. Manca un po’ la fascia di mezzo. Forse è solo questione di tempo e di abitudine di ascolto ma le cose stanno cambiando e siamo ottimisti.

Ok, la chiudiamo qui perché potremmo andare avanti ore. Vi faccio l’ultima domanda. Io amo molto Torino come città, ritengo sia in grado di trasmettere molto e non a caso, anche se a diverse ondate, ha prodotto diverse generazioni di band e musicisti interessanti e sempre molto legati alla loro origine. Voi che avete registrato in questa città, come l’avete vissuta?
Giulia: D’accordissimo! Assurdo ma vero. Chi viene da Torino ha sempre un’impronta riconoscibile. È una città in cui si suona molto e ci sono moltissimi musicisti. Noi venendo da fuori ci abbiamo messo molto poco per essere accolti e accettati in questo ambiente e abbiamo costruito ottimi rapporti di stima reciproca. È una realtà molto viva, forse più su alcuni generi che su altri, ad esempio a me è mancata un po’ tutta la parte black e soul ma c’è da dire che in generale in Italia è difficile da trovare.

Grazie mille ragazzi, siete stati gentilissimi! Fatevi un augurio per i prossimi mesi visto che oggi avete presentato il disco.
Giulia e Francesco: Suonare un casino!
Francesco: Sarebbe bello suonare anche molto all’estero e perché no farlo anche in italiano!

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