Eagles of Death Metal, il report del concerto a Milano del 6 luglio 2015

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Ci sono performer che sono nati per stare su un palco. Jesse Hughes è uno di questi e ne dà dimostrazione il 6 luglio 2015 durante la seconda data del tour italiano dei suoi Eagles Of Death Metal al Carroponte di Sesto San Giovanni (Milano).

Prima che The Devil e i suoi facciano alzare la temperatura già bollente di suo, i Bud Spencer Blues Explosion ingannano l’attesa con un set da dieci e lode. In altre parole, come cavarsela egregiamente senza bassista, macinando ritmo e virtuosismo a tutto spiano guadagnandosi l’attenzione e l’entusiasmo di tutto il pubblico.

Pochi minuti dopo il termine dell’esibizione del duo romano, inizia il toto-batterista: ci sarà o meno Josh Homme? No, non c’è. Ma penso che nessuno ne abbia sentito eccessivamente la mancanza. E del resto non c’è bisogno neanche di troppi fronzoli sul palco, che più scarno di così si muore: mettete Hughes davanti a un microfono e fategli imbracciare una chitarra, sono sicura che stareste a guardarlo per ore e lui ne sarebbe ben contento. Iniziamo a ballare con “Bad Dream Mama” e continuiamo a farlo per quasi due ore, incuranti del caldo appiccicaticcio e delle zanzare. Dopo una raffica di pezzi storici, il frontman ci avvisa: “sappiate che non sono bravo con le nuove canzoni, ma ci provo!” e parte “Complexity”, il singolo in circolazione da qualche settimana ormai e il manifesto degli Eagles Of Death Metal, che potrebbe anche essere lo slogan dello show di ieri: “è tutto molto più semplice se non ci si va a complicare la vita”. Scontato? No, una grande verità, che molti musicisti e aspiranti tali dovrebbero recitare come un mantra.

Tra scambi di battute sagaci con il barbuto Davey Jo (a proposito, gran chitarrista), Jesse Hughes si dimena come un tarantolato su un palco che sembra troppo piccolo per contenere tutto il suo entusiasmo scoppiettante, tanto che vorremmo rimanere per sempre intrappolati nel metal con lui, come recita la cover rivisitata degli Stealers Wheel, trasformata per l’occasione in “Stuck In The Metal With You”. Per quanto mi riguarda, ieri sera gli EODM hanno reso felice una donna (ma immagino molte altre) suonando “I Got A Feeling (Just Nineteen)”: che scarica di adrenalina! Non pensavo di essere ancora in grado di esaltarmi così tanto.

Prima dei bis, è il momento di lasciare la scena a Jesse Hughes AKA Boots Electric: la band si defila, e lui si lancia in un paio di canzoni country (“che mia nonna vorrebbe che suonassi”) e nella cover di “Brown Sugar” degli Stones (“che mio padre vorrebbe che suonassi”). È quasi ora di salutarsi, ma non possiamo andare a casa sereni senza aver ascoltato “Speaking in Tongues”. E lei arriva, micidiale, provocando il macello tra le prime file e chiudendo uno show scanzonato come il suo protagonista. Con buona pace di Homme.

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