Eddie Vedder, il report e la scaletta del concerto a Firenze Rocks

24 giugno 2017, Eddie Vedder sbarca in una Visarno Arena riarsa dal sole e in trepidante attesa del leader dei Pearl Jam. E io non so da che parte iniziare per descrivere cosa è stata questa serata. Forse può aiutarmi parlare dei dati certi, dato che la matematica non è un’opinione. Circa cinquantamila cristiani, e la data con maggiore affluenza nella storia di Vedder solista. Diciamo già poco.

Poi passerei a descrivervi il palco, settato in modo molto simile a quello di “Water On the Road”, dvd registrato nel 2008 al Warner Theatre di Washington DC. Un’atmosfera intima, fatta di candele, tappeti persiani e accessori vintage, che cozza con la location che un teatro proprio non è. Tra i trucchi di scena, mettiamoci anche una manciata incredibile di stelle cadenti che sembravano voler precipitare sulla Terra apposta per ascoltare Vedder. Sì, perché se non c’eravate mi dispiace molto per voi, ma vi siete persi un pezzo di storia.

Sulle note della strumentale “Tuolumne”, ecco che arriva il nostro eroe e attacca senza pochi complimenti con “Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town” e una serie di pezzi dei Pearl Jam. Senza però dimenticarsi di ringraziare il pubblico nel suo italiano un po’ stentato ma comprensibilissimo: “Il mio primo show da solo in Italia è anche il più grande che abbia mai fatto. Questo succede solo in Italia. Grazie per essere qui stasera”. Prego, non c’è di che. Quando Vedder comunica con il pubblico il silenzio è irreale, non vola una mosca, pendono tutti dalle labbra del performer come fosse un messia su uno sgabello.

La scaletta è elettrica fino a “Sometimes”, poi dopo un bel brindisi al patrono di Firenze, San Giovanni, che si festeggia proprio il 24 giugno, Eddie sbraga e inizia a usare strumenti diversi. Il vino ovviamente è il fil rouge che tiene insieme lo show di Vedder, da quando inserisce un bel “there’s need to hide… the fucking drinking” in “I Am Mine”, al demone del bere e del fumo, che finché non ha conosciuto la compagna proprio a Milano qualche anno fa (e alla quale ha dedicato una delle bellissime canzoni della colonna sonora di”Into the Wild”, “Rise”) gli è rimasto costantemente su entrambe le spalle.

Si passa in un attimo dai momenti emozionanti a quelli di cazzeggio (tipo “domani suonano i Prophets of Rage, stasera vi beccate l’“ukulele of rage” prima di attaccare “Can’t Keep”) alle lacrime di nuovo. Come spesso succede con le dediche a metà e (mica tanto velate) di Vedder, “Black” è stata il picco emotivo della serata: quando dopo aver detto “SG sono le iniziali di San Giovanni, ma anche di Soundgarden”, e con la conclusione prolungata con quei “come back” ripetuti, i brividi pensando a Chris Cornell (certo, mai nominato) corrono lungo la schiena del pubblico, e anche dello stesso artista, visibilmente commosso al termine dell’esecuzione.

E non possono mancare le cover, che escluse quelle dei PJ, toccano i Pink Floyd di “Brain Damage” e “Comfortably Numb” (un po’incasinata quest’ultima, ma come si fa a non volergli bene lo stesso), e una “Imagine” cantata all’unisono da tutta la Visarno Arena con migliaia di torce degli smartphone puntate verso il cielo.

Immancabile anche il buon Glen Hansard, sul palco insieme al collega per qualche pezzo, inclusa la cover di “Falling Slowly”, e intramontabile la chiusura con “Rockin’ in the Free World” di Neil Young e il bis con “Hard Sun”. Con gli occhi e soprattutto le orecchie piene di questo spettacolo fuori dal mondo è molto difficile essere obiettivi, ma un’accoglienza come quella che i 50mila del Firenze Rocks e un entusiasmo come quello di Eddie Vedder sono degne di finire negli annali. E ci finiranno.

Eddie Vedder, la scaletta del concerto

Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town (Pearl Jam song)
Wishlist (Pearl Jam song)
Immortality (Pearl Jam song)
Trouble (Cat Stevens cover)
Brain Damage (Pink Floyd cover)
Sometimes (Pearl Jam song)
I Am Mine (Pearl Jam song)
Can’t Keep (Pearl Jam song)
Sleeping by Myself
Far Behind
Setting Forth
Guaranteed
Rise
The Needle and the Damage Done (Neil Young cover)
Unthought Known (Pearl Jam song)
Black (Pearl Jam song)
Lukin (Pearl Jam song)
Porch (Pearl Jam song)
Comfortably Numb (Pink Floyd cover)
Imagine (John Lennon cover)
Better Man (Pearl Jam song)
Last Kiss (Wayne Cochran cover)
Untitled (Pearl Jam song)
MFC (Pearl Jam song)
Falling Slowly (The Swell Season cover)
Song of Good Hope (Glen Hansard cover)
Society (Jerry Hannan cover)
Smile (Pearl Jam song)
Rockin’ in the Free World (Neil Young cover)

Encore:
Hard Sun (Indio cover)

https://www.youtube.com/watch?v=ZtZ1TK1Sfpg