Stiff Little Fingers, il report del concerto di Bologna del 22 novembre 2014

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Covo Club, Bologna, 22 novembre 2014. Lo raggiungo decisamente in anticipo, e la zona non sembra presentare molti modi per passare il tempo. Ci sono tantissimi fruttivendoli e una pizzeria d’asporto. Una pizza e una banana dopo, mancano ancora due ore al concerto degli Stiff Little Fingers e io non mi sono portato un libro perché “No, a cosa vuoi che serva a un concerto!” (cit. vocina interiore infame). Almeno ho una buona playlist in macchina e mi ripasso un po’ di dischi storici della band che ha messo “Fast” in “Belfast”.

Il palco è piccolo e vicinissimo alla platea, il musicista più lontano non è a più di un metro e mezzo dal pubblico. A portata di braccio, una forte tentazione, ci sono le chitarre della band, e mentre osservo la ESP bianca di Jake Burns butto un occhio sulla scaletta, spoilerandomi deliberatamente un po’ di show. In apertura ci sono i Klasse Kriminale: salgono sul palco i primi tre membri, giovani e con quell’aria tra l’hipster e il punk rock. Sale il cantante, polo e giacca Fred Perry, che sembra uno che ha accompagnato la figlia a ballare con le amiche. “Allora ragazze, mi raccomando fate le brave e se avete bisogno chiamate, io torno a prendervi a mezzanotte, divertitevi!”. Poi inizia a cantare, ed è decisamente punk. Così punk che realizzo che essere in transenna ha i suoi pregi (la visibilità) e i suoi difetti (sei a uno sputo dal cantante. Letteralmente).

Il pubblico è caldo, arrivano gli Stiff. Si fanno strada tra i fan e salgono sul palco, si va. La scaletta è una buona commistione di classici e repertorio più recente: aprono con “Wasted Life”, dallo storico “Inflammale Material” e poco dopo suonano la più recente “When We Were Young”, da “No Going Back”. Ho come l’impressione che anche loro abbiano bisogno di carburare un po’ all’inizio, ma già alla quarta canzone la band è più sciolta e la gente più carica: parliamo infatti di “Nobody’s Hero”, sicuramente una delle loro tracce migliori. Uno dei pezzi più intensi della serata è “My Dark Places”, introdotto da Burns come un pezzo un po’ fuori dai loro standard, e molto personale, in quanto ispirato dalla depressione di cui lui stesso ha sofferto. “Doesn’t Make It Alright” invece è una canzone che dichiarano essere “rubata” dai The Specials, la storica band ska britannica. Il pezzo merita moltissimo, e vocalmente qui abbiamo un Jake Burns al top. Il chitarrista Ian McCallum si appropria del microfono per “Throw It All Away”, e poi si continua con “Full Steam Backwards”, una protesta contro l’avidità di chi controlla le banche e indirettamente le vite delle persone. La musica degli Stiff Little Fingers riesce a unire perfettamente questi due diversi aspetti, il lato più politico e di protesta, e quello più personale. “Barbed Wire Love” è forse il loro classico più classico, ed è un piacere ascoltarla dal vivo; “Strummerville” è introdotta come un tributo che chiedeva di essere scritto all’uomo che si chiamava Joe Strummer, e ai Clash, senza i quali non ci sarebbero gli Stiff Little Fingers, e molta altra musica come la conosciamo oggi. Ogni volta che un chitarrista punk fa una ritmica in levare, da qualche parte Joe Strummer gli sta facendo l’occhiolino. E dovunque sia, questa canzone gli viene dedicata, con grande apprezzamento del pubblico.

Gli encore vengono suonati di filato, dato che il palco non permette grossi spostamenti. Giù di classici, per il gran finale. Nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi su quella cosa del “Punk is dead”, mandatelo a un concerto degli Stiff Little Fingers, e dovrà ricredersi. Il punk avrà anche messo su qualche chilo, ma è ancora vivo, vegeto e decisamente rumoroso.

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