Terence Blanchard, il report del concerto a Bologna del 17 novembre 2015

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Finisce con un brano dedicato a Jimi Hendrix il concerto di Terence Blanchard a Bologna Jazz Festival, martedì 17 novembre 2015, in un Unipol Auditorium affollato. A dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto sia viva l’eredità musicale del genio di Seattle anche tra musicisti di diversa estrazione. “I miei eroi sono Art Blakey, Miles Davis e Herbie Hancock. Ma ce n’è un altro, che non appartiene al mondo del jazz“, dice Terence prima che parta “Dear Jimi” una ballad tenue, quasi impressionistica, per contrasto, in mezzo a musica tanto vigorosa e potente.

Blanchard con il suo quartetto elettrico E-Collective sfodera un sound nero, deciso e compatto, un jazz modernissimo privo di qualsiasi frontiera, che assume venature quasi prog, sulle orme di Weather Report e Headhunters, già a partire dal primo, lunghissimo brano, “See Me As I Am”, un’esplorazione di quindici minuti che dà modo di apprezzare tutta la bravura dei musicisti. Donald Ramsey, bassista poderoso e attentissimo, e il muscolare, nervoso Oscar Seaton formano una sezione ritmica che fa da colonna vertebrale alla tromba del leader, energica e vitale, da cui sgorgano sussurri e barriti, che fischia talvolta come vento impazzito. Fabian Alzaman alle tastiere tesse trame sottili e mai invadenti, mentre il chitarrista Charles Altura aggiunge un tocco “europeo”, dando imprevedibilità ad un sound totally black, con pennellate alla Robert Fripp. Il risultato è una musica composita, irruente, che procede per scarti, spiazzando un poco l’ascoltatore che pregustava una serata all’insegna del funk. Il gruppo esegue quasi per intero l’album “Breathless” (in cui compare perfino una cover di Hank Williams, “I Ain’t Got Nothing But Time”, esclusa però dalla scaletta di Bologna), con Blanchard che si diletta spesso alle tastiere, lasciando volentieri il proscenio agli altri. Collettivo, appunto, nel senso più appropriato del termine, seguendo la lezione dei Jazz Messengers di cui Terence è stato per anni direttore musicale.

La band alterna episodi più suggestivi e rilassati (“Samadhi”, “Midnight”, cover dei Coldplay) a sfuriate possenti come in una “Cosmic Warrior” caratterizzata da un’attitudine decisamente più heavy ed accelerata rispetto al disco, dove sembrano quasi i Faith No More. “Breathless”, dall’impronta decisamente davisiana, contiene spoken word che ripete in modo incisivo la frase “This land is my land“. Il funk fa la sua comparsa in “Soldiers” dalla struttura ritmica solidissima, quasi dance. Poi, il bis richiesto a gran voce, che sarà appunto “Dear Jimi”. Ma alla gente non basta e dunque ecco l’incedere ipnotico di “Talk To Me” in cui ritorna il Blanchard abile costruttore di colonne sonore (ne ha scritte tante per Spike Lee, a partire da “Jungle Fever”), evocatore di immagini questa sera anche senza l’ausilio di uno schermo.

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