The Lumineers, il report del concerto a Bologna del 26 novembre 2016

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Bologna, 26 novembre 2016: l’Estragon è sold out per il concerto dei The LumineersCome da previsione all’interno fa caldissimo, ma non appena parte la musica non ci si fa caso. In apertura veniamo accolti da un complesso canadese, i Bahamas, non male: una voce molto soul, alla George Ezra, su un “indie folk” (proprio se dobbiamo inventarci un’etichetta) niente affatto scontato.

Sono alla terza data dei Lumineers dall’uscita di “Cleopatra“ e no: non ne ho ancora avuto abbastanza. Il trio continua a entusiasmarmi ed emozionarmi, sia live che su disco, e pure i turnisti che lavorano con loro suonano con sincero trasporto. La scaletta della serata pesca da entrambi gli LP della band, suonando il più recente quasi per intero, e aggiungendo anche qualche chicca come “Darlene”, eseguita in acustico dopo aver chiesto alla folla di fare più silenzio possibile perché fosse udibile fino in fondo. Non manca nemmeno l’ormai consueto omaggio a Dylan, con la folle “Subterranean Homesick Blues”. I cambi di tempo sono una costante del modus operandi musicale dei Lumineers, ma qui al tutto si aggiunge l’inarrestabile flusso di parole che escono dalla bocca di Wesley Schultz.

E se il pubblico è preso bene, e canta a squarciagola tutti pezzi, il sentimento è evidentemente ricambiato, perché il cantante si lascia andare più del solito. Non possiamo fare a meno di crederci quando dice che siamo uno dei migliori pubblici del tour, perché in più di un’occasione lascia scoperte alcune corde molto personali nell’introdurre i brani, che acquistano così uno spessore inedito. “Charles era il fratello maggiore di mio padre” – narra introducendo “Charlie Boy” – “Ma tutti lo chiamavano Charlie. Era mio zio. Era molto bravo a scuola, prendeva tutte A: voleva diventare dottore”. Ma le cose andarono diversamente: citando dalla canzone, “Kennedy gli fece credere di poter fare molto di più”. Una volta arruolato, Charlie Boy non tornò mai dal fronte.
Un accenno di politica arriva anche su “Big Parade”: il verso “Vote for him, the candidate” diventa “I didn’t vote for him“, quel tanto che basta a intendersi senza che siano necessari ulteriori chiarimenti. Il brano si chiude con un’esplosione di coriandoli.

Su “Gun Song” e “Long Way From Home” Schultz parla invece del padre, morto diversi anni fa, prima che potesse mai vederlo sui palchi di tutto il mondo. Era il suo eroe, ci racconta, il suo modello. “Gun Song” in particolare nasce da uno dei momenti peggiori seguiti alla perdita: la realizzazione. In cerca di un paio di calze (l’aneddoto si ritrova alla perfezione nel testo del brano) il cantante si ritrova a frugare nel cassetto del padre, e ci trova una pistola. Non ne sa nulla, e realizza che non avrà mai più l’occasione di fargli domande, di parlarci.

Il concerto si chiude su uno dei migliori brani della prima produzione: “Stubborn Love”. Ci vuole un po’ perché il locale si svuoti: c’è chi cerca i plettri sul pavimento e chi compra le t-shirt, ma tutti sono ancora avvolti dall’atmosfera che la musica ha lasciato. Il palco è vuoto, ma ci sentiamo ancora cullati.

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